“Occorre vivere bene per fare bene musica”: il jazz secondo Claudio Leone

Intervista a cura di Benedetta Lattanzi
Claudio Leone, romano classe 1987, un amore per il jazz spuntato nell’adolescenza che lo ha portato a conseguire la laurea “summa cum laude” al Berklee College of Music, un’esperienza che ha rivoluzionato la sua vita e lo ha visto collaborare con i grandi nomi della scena. A Settembre è uscito il suo nuovo album, Changes, una riflessione sui cambiamenti del jazz degli ultimi tempi, e ne ha parlato con noi di Tempi-Dispari in questa intervista.

Come nasce il “Claudio Leone Trio” e quali obiettivi professionali vi eravate prefissati al momento della sua istituzione?

Il trio è nato più per necessità che per una volontà precisa.  Alla fine del 2013, fui invitato all’ultimo momento a partecipare ad un festival jazz a Roma. All’epoca suonavo in varie formazioni e il batterista con cui lavoravo abitualmente si era da poco trasferito a Londra. Chiesi allora a Stefano Battaglia, il contrabbassista, di chiamare un batterista di sua fiducia. Stefano era stato colpito dal modo di suonare di Francesco Merenda, con il quale collaborava ad un altro progetto. Ci incontrammo e capimmo subito che tra noi si creava un’alchimia speciale: ci fidavamo l’uno dell’altro e quindi eravamo disposti a correre molti rischi come gruppo. Iniziai a scrivere diverse composizioni per questo trio e fummo poi chiamati a fare molti concerti insieme. Alla fine dell’estate del 2015, di ritorno da un tour nel sud Italia, capimmo che i tempi erano maturi per entrare in studio e registrare qualcosa.

Quando hai capito che il jazz avrebbe fatto parte della tua vita, non solo privata, ma anche professionale?

Ricordo il momento preciso: avevo 17 anni ed andai ad un concerto di Pat Metheny che portava quell’anno in tour il disco “The Way Up“. Ne rimasi folgorato e pensai che nella vita avrei voluto fare esattamente quello. Non poteva esistere mestiere migliore!

Nel 2010 ti sei laureato “summa cum laude” al Berklee College of Music: c’è una cosa che ti è rimasta impressa di quel periodo, o qualche insegnamento particolare che ancora tieni a mente?

Gli anni trascorsi a Boston sono stati un periodo di vita quasi monacale, dedicato totalmente alla musica. Dormivo pochissimo: la mattina andavo a lezione da insegnanti fenomenali quali Mick Goodrick, Tim Miller, Greg Osby, Dave Santoro e la sera suonavo o registravo con altri studenti, tra i quali c’erano musicisti che a 19-20 anni erano già incredibili da ascoltare. L’insegnamento più importante l’ho avuto da Mick Goodrick, che tutti a Berklee chiamavano l’Obi-Wan Kenobi della chitarra. È stato un professore molto severo. Mi ha insegnato che in musica come nella vita si impara soprattutto dalle umiliazioni e che, allo stesso tempo, ci sono ben poche cose che valga la pena di coltivare e di prendere sul serio come l’umorismo.

Hai 30 anni appena, eppure hai alle spalle una carriera di tutto rispetto, costellata da collaborazioni con artisti di grande fama. Ti saresti mai aspettato tutto questo?

A Boston ho avuto la fortuna e il privilegio di studiare e di suonare con musicisti di altissimo livello sin da subito. Quando poi mi è capitato di collaborare con musicisti importanti da professionista e non più da studente, la cosa mi è sembrata del tutto naturale. 

Il titolo del tuo album è una riflessione sui cambiamenti che sta subendo ultimamente il jazz: come è cambiato secondo te questo tipo di musica negli ultimi anni? E c’è qualcosa che invece avresti lasciato invariato?

Ha detto Wayne Shorter, suscitando non poco scandalo nel mondo accademico, che Mozart era un jazzista. Ho provato a parlarne con diversi colleghi che suonano e compongono musica classica e tutti mi hanno detto che questa affermazione non ha alcun senso. Evidentemente non ne hanno colto il significato. Jazz è sicuramente uno stile, con le sue caratteristiche ben riconoscibili: in questo senso non solo hanno ragione i miei amici che suonano musica classica, ma si può ben dire che il jazz sia morto nel 1959 e che buona parte della produzione di artisti come Hancock, Brecker o Scofield (o lo stesso Shorter) non sia da considerarsi jazz. Jazz, però, è anche un processo, ed è forse questo l’aspetto più profondo di questa musica, anche se il più difficile da comprendere. Significa amare in maniera viscerale i grandi maestri del passato per poi onorare la loro lezione nell’unico modo legittimamente possibile: tradendoli per creare qualcosa di nuovo. Questo approccio è sempre esistito in tutti i grandi compositori della Storia. Chopin, ad esempio, aveva una vera e propria venerazione per Bach; Beethoven per Mozart e Haydn; tutti i romantici per Beethoven. Eppure ciò che hanno fatto è stato rivoluzionare la musica del loro tempo, mettendone in discussione le regole e le forme, oltrepassando, innanzitutto, i limiti di ciò che si poteva fare col proprio strumento. Qualcuno si sarebbe sognato di scrivere il Clavicembalo Ben Temperato prima di Bach o di suonare il violino come Paganini prima di lui? Tutti questi musicisti erano infatti dei grandi virtuosi e hanno trasceso i limiti esecutivi e sonori del proprio strumento nella loro epoca. Suonavano in prima persona le loro stesse composizioni, le dirigevano, erano maestri riconosciuti dell’Improvvisazione. Oggi, la maggior parte dei compositori della cosiddetta “musica colta” scrive una composizione e poi la consegna a qualcun altro che la eseguirà o la dirigerà. Gli esecutori non compongono. Esecutori e compositori non sono improvvisatori. Gli unici musicisti allora che hanno lo stesso rapporto con la loro musica rispetto a quello che aveva Mozart con la sua sono proprio i jazzisti. Ciò significa che il jazz, in quanto processo, è da sempre esistito e per sempre esisterà. È il cambiamento perenne della musica che riflette il cambiamento perenne dei tempi. Non ha dunque senso rimpiangere il jazz di 10 o 50 anni fa e neppure cercare di suonarlo come lo si suonava allora perché ciò è semplicemente impossibile.

La tracklist è formata da composizioni originali, eccetto per la cover di “Iron”, un brano particolare e non propriamente jazz. Cosa ti ha spinto a lavorare sul riarrangiamento di questa canzone?

È semplicemente una bella canzone, uscita pochi anni fa e molto nota. My favorite things doveva aver rappresentato la stessa cosa per Coltrane.

“The Winter in Boston” compare due volte nella tracklist, come dimostrazione che lo stesso brano non può essere suonato sempre allo stesso modo. Puoi spiegarci qualcosa in più sul brano e su questo “esperimento”, se così si può chiamare?

È un brano che ho scritto otto anni fa e che ho registrato anche nel mio primo album con altri musicisti. Ormai fa parte di me a tal punto che potrei registrarlo dieci volte di seguito e farne dieci take completamente differenti. A volte mi capita invece di cercare di scrivere qualcosa di nuovo e di non riuscirci perché in fondo ognuno di noi finisce per scrivere non dieci brani diversi ma dieci volte lo stesso brano. “Nelle stesse acque entriamo e non entriamo, siamo e non siamo”, diceva Eraclito.

Abbiamo parlato fino a ora di cambiamenti a livello musicale, ma quali sono i cambiamenti a cui è andato incontro Claudio Leone?

Il cambiamento più importante che è avvenuto in me è la consapevolezza che la musica viene dalla vita e che quindi occorre vivere bene per fare bene musica. Nel mio periodo bostoniano, ero ossessionato dal diventare il migliore musicista che potessi diventare. Tutti a Berklee lo eravamo! Ora ho imparato che ci sono anche altre cose importanti che occorre coltivare. La musica è diventata come una sorta di piacere quotidiano, una meditazione, una consolazione, un appagamento dello spirito. Riesco a godere molto più della sua bellezza ora che allora.

Stai attualmente promuovendo il tuo ultimo lavoro, ma ci sono altri progetti in cantiere?

Sì, c’è un progetto con il quale sto suonando molto qui a Roma. Si chiama The Living Room ed è un duo con la cantante americana Lydia Lyon, anche lei laureata come me a Berklee. Scriviamo insieme canzoni: lei il testo, io la musica. Lydia ha una voce incredibile e può cantare qualunque cosa. Improvvisiamo moltissimo e ogni concerto è imprevedibile che può succedere. Uscirà a breve un nostro EP. Queste sono la pagine dove è possibile seguirmi per conoscere le novità e le date dei live sia del trio sia dei Living Room:

https://www.facebook.com/claudioleonemusic/

https://www.facebook.com/thelivingroomusic/

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