IMO

L’IMO di oggi prende spunto dall’intervista rilasciata da Roberto Pirami. Professionista della musica che ha mosso i suoi primi passi proprio nell’underverso. Pirami lancia delle suggestioni che cambiano di non poco la prospettiva e il modo di vedere il nostro mondo.

In primo luogo c’è la sua carriera. Partito con gli Enemynside è arrivato a collaborazioni importanti a livello nazionale ed internazionale. Il suo segreto? Una solida preparazione e avere sempre bene in mente la meta che si vuole raggiungere. Questo come si concilia con l’underground? Be, pare essere la prova provata che se si ha un obiettivo preciso da raggiungere, le probabilità di riuscirci aumentano. In secondo luogo, dimostra come dall’underground si possa emergere, ci si possa far notare.

Tra i commenti a questo passaggio c’è stato un corretto: va bene, ma lui è un musicista che suona di tutto con chiunque. Diverso per una band. Si e no. Si, perché una band propone materiale proprio e non rivende le proprie capacità. No perché, dal mio punto di vista, le medesime possibilità esistono anche per i gruppi. Quello che fa la differenza, come lo stesso Pirami suggerisce, è la testa.

Un altro passaggio molto interessante, e che va controcorrente rispetto ad un certo modo di pensare piuttosto generalizzato, è:

“capire realmente chi si vuol essere! Molte volte diamo la colpa al nostro Paese d’origine se le cose non vanno come devono andare ma se tu avessi la possibilità di parlare in sincerità con ognuno di queste persone noteresti una serie di comportamenti sbagliati che inevitabilmente ti portano a non raggiungere l’obiettivo. Conosco musicisti che ce l’hanno fatta e che non ce l’hanno fatta in Italia, in America, in Inghilterra. La differenza fra le due tipologie è solo una: la testa!’.

Musicisti provenienti da paesi differenti che lamentano le medesime situazioni. Quindi non è in Italia che non funziona. Sono gli italiani che non la fanno funzionare. Certo, si sta estremizzando. Sono molte le condizioni esterne che non agevolano. Ma ce la si può fare. Si deve avere ben in testa dove si vuole arrivare. Fatica, sforzo, lavoro quotidiano. Questa la ricetta. Ancora un cambio di ottica anche sulla crisi del settore che non ha nuove leve.

Secondo Pirami non è esattamente così.

“Le nuove leve ci sono, le scuole di musica sono piene di giovani musicisti che approcciano allo strumento. È vero anche che bisogna seguire bene questi ragazzi, guidarli non solo dal punto di vista strumentale ma anche nella ricerca dell’equilibrio in ogni aspetto del fare musica”.

Ecco sfatato un altro mito. Quello del mancato cambio generazionale. Sfatato da chi con i giovani ci lavore e non saltuariamente. Resta un dubbio. Se le scuole di musica sono piene di giovani musicisti, dove sono i loro gruppi? E qui entra in gioco la stagnazione underground e l’ostracismo verso nuove proposte. Troppo spesso siamo così tanto impegnati a difendere la virtù di chi ha fatto la storia che non vediamo cosa ci capita attorno. Ci ripetiamo che band di un certo calibro non capiteranno più.

Che ormai è stato tutto detto, che i classici sono insuperabili. Sappiamo, tuttavia, che così non è. Chi ha fatto la storia resta, ma è giusto che si dia spazio a chi sta emergendo oggi. Qualcuno ha fatto notare come in certi festival band che hanno 20/30 anni di storia vengano sacrificate a favore di giovani proposte. Sembra uno schiaffo alla mastodonticità dei nomi.

Non è così. Nessuno schiaffo, solo un normale andare avanti. Io penso che in un festival avere 5 band nuove e 1 storica come headliner, non sia producente. Il nome storico ha un certo tipo di pubblico che è diventato storico a sua volta. I giovani, magari, ascoltati i gruppi che interessano, se ne vanno o non seguono. È sicuro che il nome forte in un festival serve, ma deve essere un nome forte che porta davvero un vantaggio per far conoscere i nomi nuovi.

Portare sul palco i pinco pallino al loro ritorno dopo 25 anni forse non è una buona idea. Soprattutto quando ci si meraviglia che l’80% dei presenti quel nome non lo conosce. Sia chiaro, nessuno sta dicendo che i gruppi storici debbano smettere. Si dice solo che forse dovrebbero iniziare a lasciare il giusto spazio alle nuove leve. Dal mio punto di vista è un principio che dovrebbe valere anche per le grandissime star.

Se i Metallica dovessero prendere parte ad un festival, potrebbero anche non essere l’attrazione di punta. Il loro pubblico lo conosciamo. Sappiamo da chi è composto. E sappiamo che è li per loro. Ma ‘gli altri’? Chi è andato per seguire la band che ha appena pubblicato il secondo disco ma che sta andando benissimo e al quale dei Metallica frega poco o nulla? Per semplificare il concetto. Sarebbe ora di smettere di fare i professorini, quelli che non hanno nulla da imparare ma solo da insegnare.

Alla nostra età non possiamo più stare nel moshpit. Possiamo però starne ai margini aiutando chi cade a rialzarsi. Chiudo con un’ultima frase di Pirami sull’underground. Alla domanda se esiste e ha ancora senso l’underverso, ha risposto:

“Si, e gode di ottima salute! Bisogna solo seguirlo, valorizzarlo e guidarlo al miglioramento. Ci sono tantissimi progetti che, se seguiti da persone competenti, potrebbero piazzarsi e trovare il proprio posto”.

Seguirlo e valorizzarlo. Sono due azioni che tutti possiamo e dobbiamo fare. Seguire che non significa solo andare ai concerti. Vuol dire supportare in tutte le maniere possibili. E il seguirlo lo valorizzerebbe magari portando maggiore attenzione da parte di persone estranee. Forse sarà una fortuna che non toccherà tutte le bend storiche, ma certo coinvolgerà i giovani. Loro sono il nostro futuro. Ricordiamolo. Non sono certo la reiterazione di stilemi e cliche solo perché abbiamo paura del tempo che passa.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *