IMO

Lo so, il titolo è provocatorio. Ma essere politicamente corretti non sempre paga. Iniziamo a sgomberare il campo da interpretazioni negative. I live report non sono inutili tout court, lo sono fatti in maniera canonica. È innegabile, lo sappiamo, lo vediamo, lo viviamo ogni giorno. Il mondo della comunicazione è cambiato. E con esso sono cambiati anche i metodi di comunicare. Ai concerti c’è un numero sempre crescente di persone che fanno foto, video, dirette e chi più ne ha più ne metta.

A che cosa serve che un magazine faccia la stessa cosa? Per raccontarlo a chi non c’era? Non è più semplice trovare il materiale in rete? Qual è la differenza tra quello che possiamo pubblicare noi e quello che mette fuori l’organizzazione? Se le immagini/video proposti dalle riviste e dai siti fossero sempre fatti da professionisti si potrebbe anche notare una certa differenza. Ma così non è. Sottopalco, sempre più spesso, ci sono persone che hanno la passione per la fotografia/video.

Nella vita di tutti i giorni, però, svolgono mestieri differenti. Quindi? Tanto vale proporre delle immagini che poco si discostano dal marasma che c’è in rete. Passiamo ora alla narrazione degli eventi, alla parte scritta. Questa deve per forza essere emozionale ed emozionante. Uno sterile racconto di ciò che è accaduto lascia il tempo che trova. Se voglio avere un riscontro di quanto letto ho a disposizione centinaia di immagini, di video, che lo testimoniano. Cosa mi dà un elenco di fatti? Come si può uscire da questo empasse? Dal mio punto di vista, solo in un modo.

Vivendo i concerti e, conseguenzialmente, facendoli vivere a chi non c’era e, perché no, anche a chi c’era. In che modo? Documentando l’atmosfera, facendo parlare le band, le persone, chi ha organizzato. Questo si che sarebbe un live report degno. I concerti vanno frequentati. Soprattutto, a rischio di ripetermi, vanno vissuti. Leggerli da qualche parte, lo sappiamo, non è la stessa cosa. Vedere come i presenti, tutti i presenti, lo hanno vissuto invece può trasmetterci delle emozioni.

Perché cerchiamo i video fatti dagli spettatori? Semplice, perché sono reali. Sono il racconto ci ciò che effettivamente è accaduto. Senza filtri, senza censure. A chi si occupa, in maniera più o meno professionale, di raccontare un evento è questo l’aspetto che serve. Esiste, dunque, un modo per poter arrivare a questo fine? Ossia far vivere una manifestazione dall’interno? Si. Riprendere ciò che avviene dietro le quinte, là dove uno spettatore non può arrivare.

Intervistare i gruppi, prima e dopo le esibizioni. Far spiegare a chi organizza perché ha scelto quella determinata formula, il motivo del bill. Far esprimere, perché no, anche le difficoltà incontrate. Lasciare interagire gli intervenuti con chi salirà sul palco. Sono tutti elementi che formano il quadro generale di ciò che poi accadrà sullo stage. Il live report, deve, quindi, essere immersivo, come richiede oggi la comunicazione. Non possiamo, poi, trascurare l’aspetto promozionale dei concerti stessi. Lo viviamo tutti i giorni sulla nostra pelle.

Se un appuntamento non ci viene ricordato mille volte, viene sommerso dalla miriade di notizie che passano sul web. Quindi che senso ha, per chi organizza e per chi ne parla, pubblicizzarlo una singola volta? Sappiamo bene che gli avvisi estemporanei non portano da nessuna parte. La soluzione? Parlarne, parlarne di nuovo e parlarne ancora. Fino allo sfinimento. E i modi ci sono. Internet ce ne dà tutte le possibilità. Sta a noi sfruttarle al meglio.

Motivo per cui la cartellonistica tradizionale, che che se ne dica, funziona ancora molto bene. Passo un giorno per una strada e vedo il manifesto di un concerto. Il giorno dopo è ancora li. Quello successivo, anche. Così per una settimana. Vuoi che non mi resti impresso? Ovvio, deve avere qualcosa che attira la mia attenzione, ma in ogni caso la ripetizione mi porta quanto meno a richiamarlo alle mente. Magari quando arriverà il giorno prefissato, non avendo ancora deciso cosa fare quella sera, ricorderò quel manifesto e l’evento di cui parlava e ci andrò.

Viene da sé che stiamo ‘estremizzando’. Ovvio che non tutti hanno le possibilità non solo di far stampare delle locandine, ma anche di affiggerle per un determinato periodo. E qui si torna alla rete e alle possibilità che offre. Certo, è un impegno, uno ‘sbattimento’ per tutti. Per chi organizza, chi suona, chi partecipa. Soprattutto, è un lavoro impegnativo per gli operatori della comunicazione. È il motivo che mi fa dire che i concerti gratuiti non sono corretti. Non lo sono per molti motivi.

Il primo, non riconoscono l’impegno e il lavoro di chi lo ha organizzato e delle band che ci suonano. Fosse anche un euro, ma un biglietto ci deve essere. Anche se chi ha organizzato fa un mestiere diverso nella vita reale, ha comunque impegnato tempo, lavoro, soldi. Perché non dovrebbe almeno vedere riconosciuto questo aspetto anche economicamente? Non si tratta di speculare. Parliamo solo di dare il giusto rilievo all’impegno di tutti. Diversamente rientriamo nella categoria dei persone che sfrutta il lavoro altrui.

Anche chi riesce ad autofinanziarsi, a sostenere grazie ad altre entrate il costo di un evento, sarebbe giusto mettesse un biglietto simbolico. Gli eventi gratuiti, dovrebbero essere altri. Le feste di paese, le sagre del tortellino, quella della porchetta. Il festival revival anni ’80. il loro scopo è attirare persone. Grazie al numero di presenti riescono a coprire le spese. Un concerto ha uno scopo diverso.

Offre la possibilità ad un artista, ad una band, di poter diffondere la propria arte, la propria musica. Ed è giusto lo faccia con chi è davvero interessato, che quell’euro lo paga volentieri. E qui torniamo all’origine. Ossia, alla pubblicizzazione degli eventi, al modo di parlarne, di raccontali. Per attirare persone ad un concerto servono tutti questi elementi.

E non sono teorie campate per aria. È la strategia che nel mainstream funziona. Che riempie i palazzetti, se non gli stadi. Se i Metallica non avessero martellato con le campagne social, con la presenza sul web praticamente quotidiana, magari non sarebbero riusciti a fare il tutto esaurito ad ogni data. Forse avrebbero venduto anche meno copie dell’ultimo disco.

Ma a furia di insistere, hanno convinto che il disco è buono e che vale la pena vederli dal vivo anche se hanno più di 60nni. Vero, nessuno ha le loro possibilità, ma abbiamo le idee. Queste sono gratis. Costano solo a livello di impegno e di tempo. Sebbene il tempo sia la nostra risorsa più preziosa. Il punto sta nel non sprecarlo. E noi non vogliamo più buttarlo via. Se vogliamo che il nostro mondo faccia il famoso e famigerato salto di qualità aprendosi ad un pubblico più ampio, è un passaggio indispensabile.

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