dipso

Il confine tra sperimentazione, post punk e dadaismo è davvero sottile. I romani Dipso sembra vogliano inserirsi esattamente su quella strettissima linea di demarcazione. Quelli sopra citati soon tutti generi non generi. Hanno talmente tante di quelle influenza, da non averne nessuna particolare. E i nostri fanno tesoro di questa possibilità. Nel disco c’è di tutto. Dall’aucustico al post rock passando attraverso il metal, il grunge, il punk, appunto e chi più ne ha più ne metta. Quindi? Come si fa a descrivere un marasma così intenso di connotazioni? Direi, con molta attenzione. E si, perché non c’è una dominante. Non è né un disco rock, né metal, né punk, ma è tutto contemporaneamente.

Da un certo punto di vista per cercare delle caratteristiche stilistiche possiamo richiamare la scena garage degli anni ’90. ma molto più folle. Suoni saturi all’inverosimile si alternano a passaggi delicati. La voce ora è urlata, filtrata, distorta, ora è pulita e suadente. Batteria spesso pestata, nel vero senso del termine, chitarre maltrattate, basso che si alterna tra suono distorto e pulito. Anfratti psichedelici, si ascolti B.E.D., fanno capolino dopo sfuriate elettriche. Dovessi descrivere visivamente la musica dei Dipso prenderei a paragone le foto di Antoine Dagata. Se non lo conoscete, vi consiglio di scoprirne l’opera. Diversamente, sapete già di cosa sto parlando. Dagata ha la capacità di far emergere l’essenza dei suoi soggetti.

Pare che le immagini non fotografino le persone ma la loro anima. Tormentata, contraddittoria, persa. Soprattutto è capace di scattare nei momenti più incedibili e impensati, proprio per catturare l’anima messa a nudo. I Dipso paiono avere la medesima capacità. Per poterli ascoltare non è necessaria una certa capacità interpretativa. Neppure le foto di Dagata sono ‘complesse’. Si deve avere la capacità di lasciarsi andare. Di abbandonarsi alle pure sensazioni che la musica trasmette. Per quanto queste possano essere forti o contraddittorie. Solo così si potrà apprezzare il lavoro della band romana.

Se si dovesse cercare di mediare cerebralmente si rischierebbe di non comprenderne l’opera. Non è sempre ‘bello’ quello che vediamo. Così come la realtà non è sempre accettabile. Neppure è melodico quello che ci arriva alle orecchie. Eppure riesce a toccare delle corde apparentemente assopite che iniziano a vibrare nostro malgrado. Vibrano e non vogliono fermarsi fino all’ultima nota. Saranno i ritmi, i suoni ipnotici, i riff reiterati, la voce mai uguale, il caos sonoro che a volte di scatena, il finale di Neverlad ad esempio.

Fatto sta che c’è qualche elemento, ne basta anche uno solo, che ci tiene bloccati all’ascolto. Di certo il disco, per quanto lo si possa ‘sparare’ a tutto volume, non renderà mai come il suono live. Ecco, dal vivo i Dipso devono essere un’esperienza. Non si deve trattare solo di un concerto. Deve essere un ritual lisergico che richiama la fine degli anni ’70. diversamente non avrebbero senso. Sono proprio gli anni d’oro di rock e psichedelia a regalare una bussola nel mondo Dipso. Molte volte i suoni utilizzati li richiamano. Solo quelli, però.

Concludendo. Il lavoro dei Dipso è ostico. Inutile girarci attorno. Ma proprio in quanto difficile e non immediati, è interessante. Assolutamente interessante. Un universo di emozioni, sensazioni, colori, tutti diversi tra loro. Il canonico concetto di canzone è fatto proprio dalla band. Quindi non rispetta i ‘parametri’ comunemente imposti. I nostri giocano, sperimentano, si lanciano in mari profondissimi per emergere con tesori incredibili. Un lavoro non consigliato a tutti.

Ripeto, non è una questione di abitudine a certi suoni. È più il coraggio di lasciarsi andare, di seguire il Bianconiglio nella sua tana, atterrare in un mondo apparentemente sconosciuto ma che in realtà non è altro che il riflesso di noi stessi. Ha la profondità e il significato che la nostra anima, il nostro sentire, il nostro intelletto, danno.

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