signs preyer
Una carriera lunga costellata da due dischi, tour a supporto di diversi big e tanti concerti. Ma anche da momenti difficili, non ultimo l’abbandono del secondo chitarrista dopo 10 anni insieme. In questa intervista a Tempi-Dispari i Signs Preyer raccontano della loro ultima fatica discografica, del passaggio da quartetto e trio e mille altre cose. Da non perdere

Una presentazione per chi ancora non vi dovesse conoscere

Ciao a tutti, noi siamo i Signs Preyer, un trio nato ad Orvieto (Umbria) nel 2005 composto da Corrado “Ghode” Giuliano alla chitarra e voce, Giacomo “Mapo” Alessandro alla batteria e Andrea “Viktor” Vecchione Cardini al basso.

Abbiamo fatto molti opening act con artisti internazionali come Corrosion of Conformity, Dave Lombardo, Helmet, T.M. Stevens, Paul Di Anno, Lafaro, Killing Touch, e molti altri, e qualche tour in giro per l’Europa.

Il 12 Novembre 2022 è stato pubblicato il nostro terzo album, ma il primo in trio, in quanto Enrico Pietrantozzi (ex secondo chitarrista) ha deciso di lasciare la band nel 2016. 

Ringraziamo moltissimo voi di TempiDispari per la recensione stupenda per III e per le parole che avete speso per noi e la nostra musica.

Un libro di Terzani si intitola: La fine sarà il mio inizio. Possiamo adattare questa frase alle vicende che vi hanno colpito come band e che hanno poi portato alla creazione di III?

Assolutamente si! E’ stato un album molto travagliato, ma assolutamente positivo e divertente tra le negatività che cercavano di colpirci.

Come accennato prima, Enrico lasciò la band nel 2016 per motivi personali. Avremmo dovuto fare un tour in est Europa da lì a un mese. Saltò tutto. 

Ci riunimmo subito e non volevamo sostituire Enrico, volevamo mantenere il nome e la formazione originale. Ci guardammo negli occhi e da subito iniziammo ad arrangiare i brani di Signs Preyer I e Mammoth Disorder (i nostri 2 album precedenti), affinché potessero funzionare anche con una chitarra sola. Unito a diverse crisi di identità, problemi personali eccetera era già trascorso un anno…Nel frattempo volevamo subito uscire con un nuovo album, andammo a registrare in presa diretta dal vivo al Bonsai Recording Studio di Andrea Mescolini e…COVID…

Tra un autocertificazione e un tampone siamo riusciti comunque a fare le prove al minimo 1 volta a settimana e i brani li abbiamo stravolti e modificati, quindi andavano registrati di nuovo…e… seconda ondata…quando ci siamo rivisti abbiamo registrato di nuovo tutto con le ulteriori modifiche e sempre dal vivo ed ecco qui che è nato SIGNS PREYER III, terzo album, in trio, registrato 3 volte e ostacolato 3 volte, non potevamo chiamarlo in altro modo ahaha.

Il disco è molto potente sia per il songwriting sia per i suoni. Il non ‘suonare italiani’ è stata una scelta o è accaduto e basta?

Tutti e 3 siamo cresciuti ascoltando musica prevalentemente estera. I nostri genitori ascoltavano band come Black Sabbath, Led Zeppelin, Deep Purple, The Doors, Joe Cocker, James Brown, eccetera. O comunque quei pochi artisti italiani che ascoltavano anche essi avevano delle forti influenze e sonorità estere come il Banco del Mutuo Soccorso, PFM.

Da sempre per noi è più semplice pensare e sentire la musica in questo modo, siamo cresciuti così. E’ difficile per noi esprimerci in un modo più “italiano”. Quindi si, crediamo che sia una cosa accaduta e basta, senza volerlo e in un modo molto naturale. 

Siete sulla scena da molto tempo, come è cambiata, aspetti positivi e negativi?

Abbiamo vissuto e visto diverse fasi, e anche molto complesse da un punto di vista sociale. Quando abbiamo iniziato noi era molto semplice suonare, il “pay to play” esisteva ma era cosa assai rara e c’era prevalentemente nei grandi festival. I locali erano veramente molti e c’era una buona propensione all’ascolto e la ricerca della band emergente che spaccava! 

Abbiamo fatto un sacco di amicizie in quel periodo che ancora esistono e dureranno sicuramente. Però anche se si suonava molto, il pubblico era molto locale, allo stato attuale invece sembra si sia ribaltato tutto. Internet e la potenza che esprime, fa arrivare il nome di una band e la sua musica potenzialmente alle orecchie di tutti, ma i locali e le occasioni di suonare dal vivo in situazioni ben organizzate e attrezzate sembra essere leggermente più difficile. Per il nostro genere forse c’è poco rinnovo generazionale anche nei gestori dei locali oltre che per il pubblico. Abbiamo visto ragazzi che ci seguono da poco avere tra i 18-25 anni, anche se non molti, la cosa ci fa molto piacere e dà speranza che ci sia futuro prossimo e non remoto per questi generi di musica.

Se doveste decidere ora, fondereste ancora una band o vi orientereste verso altre formule espressive?

Si! La forma della band ci permette di avere più orecchie e anime verso lo stesso obiettivo comunicativo. Unire poi i nostri stati emozionali verso la creazione di un nuovo brano o album, ci porta verso un processo creativo più complesso ma più soddisfacente. In più con la formula del trio, come ora nel nostro caso, permette un ascolto e un feeling migliore tra noi. Anche la resa sonora sembra migliore e paradossalmente anche il muro di suono. Tutto diventa più omogeneo ma leggibile nello stesso tempo, riempiendo in modo più funzionale tutta la gamma sonora che cercavamo.

Da dove proviene il vostro disco? Rabbia, denuncia di una società in crisi, cercare di dare una sferzata ai giovani? Da dove?

I temi che trattiamo nell’album sono davvero tanti e diversi. Attraversiamo tutte le emozioni primarie: gioia, paura, disgusto, tristezza e rabbia. Avendo trascorso 3 fasi distinte, attraversiamo il significato del pensiero dicotomico e del dialogo interiore. Spesso si trovano significati duali ma che possono convivere. Oppure giochi di parole che appunto riportano al loop, un uroboro dal quale è difficile uscire se non guardandosi da un terzo punto di vista (si, ci sono molti 3 in questo terzo album). 

La spinta iniziale è indubbiamente arrivata dopo l’abbandono di Enrico e quindi abbiamo attraversato, dopo 10 anni insieme, molta tristezza, rabbia e malinconia. Parliamo anche di politica, dei diritti delle persone tutte. C’è un brano dove ci sono riferimenti ad alcuni poteri che forse sono chiari a chi un minimo conosce l’argomento.

Abbiamo scritto su molte cose, eravamo carichi di doverci esprimere.

Ci sono brani che vi siete pentiti di non aver inserito nella track list?

In realtà ci sono un 2-3 brani che volevamo inserire, ma non siamo pentiti di non averlo fatto. Sarebbero risultati troppo outsider rispetto al concetto della tricotomia e dicotomia, abbandonando i tre momenti differenti all’interno dell’album. In special modo volevamo inserire una vera e propria ballad, ma visto il tema che tratta e la sonorità che ha, non gli avrebbe dato forse la giusta importanza che merita per noi.

Non vi preoccupate, arriveranno presto, non sappiamo se come singoli o nel prossimo album che già stiamo scrivendo. Siamo in una grande fase creativa, pieni di idee, a volte anche troppe haha. 

Qual è stata la cosa più difficile nel doversi ripensare come trio?

Il livello organizzativo è stato quello più difficile. Avevamo compiti ben distinti, ma grazie alla nostra crew siamo riusciti a sopperire anche alla mancanza di una persona in organico. Pensavamo che dal punto di vista di riproduzione live dei vecchi brani sarebbe stato un problema, invece con un po’ di creatività e adattabilità siamo riusciti anche ad arrangiare i brani dei 2 album precedenti in quartetto.

Una domanda che non vi hanno mai fatto ma vi piacerebbe vi fosse posta?

Di cosa parlano nello specifico i nostri testi. Spesso noi italiani non approfondiamo i testi delle band emergenti, ma è capitato più di una volta nelle chiacchiere di backstage analizzare i testi delle proprie e altrui canzoni…ci sono mondi sconosciuti e meravigliosi pronti ad essere vissuti. Testi che farebbero invidia a Bob Dylan.

Foste voi ad intervistare, ipotizzando di avere anche una macchina del tempo a disposizione, chi intervistereste e perché?

Oh mamma mia…troppe persone ahaha. Jimi Hendrix, Ronnie James Dio, John Bohnam, David Bowie, Robert Johnson, Freddie Mercury, Prince, ma forse l’intervista che realmente faremmo è ai Black Sabbath appena prima del loro primo album omonimo. Capire cosa stavano vivendo, cosa li ha portati a creare quei suoni e sapere se stavano capendo che avrebbero influenzato e cambiato non solo il mondo della musica, ma il modo di vivere e pensare di generazioni e generazioni.

Un saluto e un invito a chi vi legge

Intanto ci teniamo a ringraziare voi di TempiDispari per la vostra disponibilità e per la fantastica recensione fatta. Il vostro contributo ci aiuta ad arrivare a più persone, sperando che queste si ritrovino nelle nostre canzoni. 

Invitiamo tutti coloro che attuano processi creativi, a non vivere con ansia e frustrazione alcuni avvenimenti della propria vita. Come è successo anche a noi, a volte sono sliding doors che vanno verso una via che non era stata neanche lontanamente pensata, e non essendo tale questa strada è immensamente creativa e stimolante.

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