L’inizio ufficiale della fine della musica dal vivo passa da Spotify?

Testo a cura di Carmine Rubicco

Innegabile il cambiamento del mondo della musica.
Innegabile la crisi, il calo di vendite, le difficoltà delle etichette, la crisi di idee di buona parte delle nuove uscite. Che tutto ciò passi. Non può passare invece l’invito di una pubblicità di Spotify a “godersi comodamente seduti sul proprio divano” un concerto. Questo no. Questo vuol dire annullare completamente l’essenza delle musica stessa.
Il discorso va ben oltre il genere e le preferenze. È proprio il concetto di rimanere a casa per godere meglio il concerto che non ha senso. La musica è nata ed è da sempre momento aggregativo. Si tratti di bands o di dj, di un concerto o un rave, di una festa di paese o di una discoteca. Con la musica si fraternizza,si fa amicizia, si interagisce con altre persone.
Quante amicizie nate davanti ad un cancello in attesa che aprisse per correre in prima fila sono nate e rimaste? Quanti occhi si sono incrociati durante un brano lento condividendo quell’attimo unico ed irripetibile? Quante birre sono state consumate prima di entrare e rimanere gomito a gomito con perfetti sconosciuti che in quel momento tali non erano più? E Spotify, o chi per esso, vorrebbe eliminare tutto ciò? Inammissibile, inaccettabile, inumano.
Si possono porre a scusante tutte le ragioni del mondo.
La musica oggi è diventata puro business, puro scambio commerciale, ma i fans, ci sono. Respirare l’aria del concerto, i minuti dell’attesa, l’attimo di silenzio che annuncia il salire sul palco degli artisti di turno. Osservare migliaia di mani alzate al cielo a voler toccare le note, assaporare il trovarsi in quel posto tutti per lo stesso motivo, senza barriere e senza contrasti… tutto questo non esce dallo schermo, non può essere trasmesso da microcip, non può essere reso artificiale.
Tutto questo deve essere vissuto, sudato, interiorizzato e posto nella mente di chi c’era come esperienza reale e non come evento “cui mi sarebbe piaciuto partecipare ma era davanti ad un pc”. No, la tecnologia aiuta, può molto, ma non può chiedere di sostituire con uno schermo l’emozione di un concerto. Si sentirà pure benissimo, non ci sarà nessuno più alto di noi a bloccare la visuale, si vedrà pure da più prospettive differenti, ma appunto per la mancanza di tutto ciò, non sarà mai reale. La speranza è che quello spot sia presto rimosso e considerato errore. Se così non fosse vorrebbe dire che c’è qualcosa di marcio e profondamente errato nella società oltre le più pessimistiche aspettative.

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