Recensione a cura di Benedetta Lattanzi
Nothing but the rhythm
, il primo lavoro dei Parranda Groove Factory è una fantasiosa sintesi dei primi quattro anni di vita della band. Utilizzando le percussioni brasiliane come base, i tredici brani dell’album si snodano tra melodie reaggae, funky e folk riuscendo in quello che si prefissa il titolo: dare importanza nient’altro che al ritmo.

Apre l’opera la particolare Light curve waves to sound che contiene campionamenti tratti direttamente dagli archivi storici della NASA: una delle linee di basso è infatti il suono di una stella ricavato proprio con la tecnica che dà il nome al brano. Si passa poi a ritmi prettamente sudamericani con le rivisitazioni di brani di Antonio Carlos Jobim e Manu Chao, giungendo a Synthcretism, di matrice electro-dance, che va obbligatoriamente ascoltato ad alto volume. Interessanti la cover in chiave reaggae di It’s a Man’s World di James Brown e la danzereccia Los Parranderos, traccia a ritmo di rumba che viene ballata dagli abitanti del Pianeta Parranda -i los parranderos appunto- sulla mega pista da ballo che gira intorno al pianeta. Chiudono il disco Menomalchenonsononormale, le cui sonorità riportano in Italia con una orecchiabile pizzica, e Nothing but the rhythm, traccia che dà il nome all’album e che rappresenta appieno la filosofia dei Parranda Groove Factory: fondere le percussioni brasiliane con sound apparentemente agli antipodi per creare ciò che più importa, il ritmo.

I Parranda Groove Factory riescono nell’impresa e sfornano un album allegro, leggero ma soprattutto originale. Particolarmente da apprezzare sono le rivisitazioni di brani già editi, realizzate discostandosi del tutto dal sound di partenza e creando così pezzi inediti a tutti gli effetti.

I Parranda Groove Factory sono:

Guido Gioioso: elettronica, voce
Dario Firuzabadì: direzione batteria, repinique, rullante
Tobia Ciaglia: basso elettrico, synth
Vera Claps: voce, ganzà
Dario Tarasco: tamborim, agogo
Simone Nati: timbal
Chendra Giotti: surdo centrador
Cosimo Montefrancesco: surdo basso
Fabrizio Randazzo: surdo alto
Federico Giuliani: surdo alto

Sitografia
Facebook: https://www.facebook.com/parranda.groove.factory/?fref=ts
Sito internet: http://www.parranda.altervista.org/
Youtube: https://www.youtube.com/user/ParrandaChannel

parranda

BIOGRAFIA
Un producer di musica elettronica, un bassista e 8 percussionisti uniti in un progetto innovativo: mischiare gli strumenti della tradizione percussiva brasiliana con le sonorità della musica funky, reggae, folk ed elettronica. Parranda reinterpreta e reinventa i generi, portando a qualcosa di completamente nuovo.
Le tracce melodiche vengono costruite elettronicamente, con l’uso di sample, voci e tracce strumentali originali. Le parti ritmiche traggono ispirazione dai ritmi sambareggae, samba, maracatu e ijexa.
Lo spettacolo ha un’importante connotazione teatrale realizzata attraverso l’uso di coreografie, maschere, e costumi, ed è arricchito con l’introduzione di effetti visivi come proiezioni di video e luci a led installate all’interno dei tamburi e controllate tramite il computer, per un effetto molto coinvolgente.
Il gruppo nasce nell’estate del 2011 tra i ranghi dell’orchestra di percussioni afrobrasiliane Bandão, nella ridente provincia senese, in cui Guido Gioioso (percussionista lucano della scuola di Antonio Infantino) e Dario Firuzabadì (apolide, e vicedirettore artistico di Bandão) erano “compagni di banco”. L’idea era quella di unire una “bateria” di samba in miniatura, a brani realizzati con le tecniche familiari ai producer di musica house e con un basso elettrico dalle connotazioni blues e drum’n’bass. Il basso in questione era quello dell’ebolitano Tobia Ciaglia (eclettico acrobata delle cinque corde e showman in diverse formazioni musicali) conosciuto nel losco giro degli studenti fuori sede.
La batteria era inizialmente formata da componenti provenienti da Bandão, fino al 2014, quando è stata rivoluzionata con l’introduzione di batteristi e percussionisti provenienti dall’ambiente senese.
Questo connubio ha permesso di sperimentare e abbinare elementi che di primo acchito non sembrerebbero affini, e che invece hanno trovato spazio e forma senza lasciare la radice da cui le percussioni provengono, realizzando brani difficilmente etichettabili, ed uno spettacolo unico nel suo genere.

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