Impegnati nella fase di mixing del loro EP di debutto, gli Ashi si apprestano a conquistare la scena con il loro rock italiano divertente e al tempo stesso di denuncia

Intervista di Francesca Di Ventura

Quando musicisti di esperienza si uniscono a formare una nuova band, non è mai per caso, bensì in nome di un disegno ben definito che ha unito le menti e gli animi di tali artisti ancor prima che i loro strumenti.

Qui parliamo di 3 strumentisti con alle spalle anni di gavetta maturati nelle fila di band piuttosto attive a livello Nazionale e non solo, nonché anni di studio. Metti insieme 3 talenti competenti e consapevoli ed ottieni gli Ashi: Marco Piceno (voce e chitarra), Emiliano Baccini (basso) e Fabio Mancinelli hanno le credenziali necessarie a intraprendere il viaggio nell’industria musicale verso traguardi importanti.

Ashi suona informatico.

MP: Ricevevo un training su un programma informatico una parte del quale si chiamava Ashi. Mi piaceva il suono, molto “English”. Ho scoperto poi che in Giapponese “Shi” significa 4. Mi piaceva la pronuncia e il fatto che non sia associato ad un significato preciso, ma lasci aperte porte ad immaginazione e libera interpretazione. Ad ogni modo, disegnando il logo, alla lettera H si è dato un taglio invisibile trasversale che conferisce alla parte superiore della lettera l’aspetto del numero 4.

Il vostro è un rock italiano con una chiara componente prog, e dai suoni metal.

EB: Marco è un vulcano di idee, in continua eruzione. Il materiale che propone ha come denominatore comune una melodia orecchiabile e accattivante, corredata da una sezione strumentale trash/prog strutturata in una architettura causale, ma che risulti sempre diretta e spesso anche divertente. Amiamo le chitarre scure e la doppia cassa del metal, i tempi dispari del progressive, i virtuosismi che alimentano la parte narcisistica che c’è in ogni musicista, ma il nostro obiettivo primario è arrivare alla gente, con “leggerezza”, in modo diretto tramite ritornelli cantabili, pur mantenendo un approccio molto tecnico.

Il prog ha visto il suo massimo consenso negli anni ’70, attraverso band di levatura come PFM, il Banco del Mutuo Soccorso, gli Area. Esiste un futuro di ritorno di popolarità per questo genere.

EB: Il prog delle origini univa tecnica e ricerca sperimentale. Oggi è una mera dimostrazione di abilità, per cui la componente emozionale tipica di band come gli Area cede il posto alla freddezza esecutiva derivante da una ricerca di perfezione che può fiire per spersonalizzare la performance. Il mercato in Italia oggi vede come driver primario gli adolescenti, che si identificano con il vincitore di talent di turno o il rapper emergente. E’ anche un mercato molto esterofilo.

I vostri sono brani immediati ma anche molto suonati. Accettereste di riarrangiare i pezzi in chiave pop se vi fosse richiesto per aprire le porte ad un mercato più ampio?

MP: Il nostro è un prodotto volontariamente accessibile, ma non penso sarebbe un valore aggiunto rendere i pezzi musica leggera, piuttosto si perderebbe quella forza che ritengo essi oggi debbano proprio ad alcune precise scelte di suono. Abbiamo già accettato compromessi su di esso, ma pur sempre mantenendo la nostra identità. E benché la lingua prescelta sia l’italiano, riteniamo di poterci proporre anche ad un mercato estero.

Qual è il messaggio del vostro EP.

EB: E’ una esortazione a vivere la vita mettendosi in discussione, uscire dall’omologazione. Pezzi come “Irresistibile voglia di sciopping” e ”Bambolina” denunciano alcuni dei disagi emotivi della società odierna, così come “Nolenti” e “Corto circuito” raccontano del nostro impegno sociale.

Vi sentite integrati nella scena underground romana o la contestate.

MP: Vi ci stiamo affacciando ora, e sinora siamo stati sempre invitati da altre band a condividere i loro live. Il nostro desiderio è di suonare il più possibile, nella nostra città così come fuori, e farci conoscere tramite passaggi radiofonici.

Ad una band emergente con un obiettivo di visibilità medio-alta è richiesto un investimento non indifferente su vari fronti. Quale spesa ritenete valga la pena di essere affrontata.

EB: Sicuramente una press agency facilita in modo sensibile la crescita del brand, ma più di ogni altra cosa per noi è fondamentale l’attività live: scrivere musica è una esigenza interiore che trova la sua massima espressione nella esibizione sul palco. Direi quindi che la voce primaria sarà una booking agency.

L’amicizia tra i membri di una band è una componente favorevole oppure un potenziale elemento bloccante, laddove non si riesca a parlarsi chiaro per timore di compromettere i rapporti umani.

MP: Immagino si possa vivere la musica come si vive una realtà lavorativa di un ufficio, in cui ci si trova ad avere a che fare anche con colleghi con cui non si abbia un rapporto umano positivo. Fortunatamente Emiliano ed io siamo uniti da una amicizia che si esplicita in stima e rispetto reciproci, ed in questo contesto salubre, Fabio Mancinelli si è perfettamente integrato sin da subito. C’è affiatamento, e una condivisione della vision di band professionale e ottimizzata.

Come si svolge l’attività compositiva.

EB: Come detto Marco è una fonte inesauribile di idee, e con il resto della band si lavora all’arrangiamento. Non è più tempo di scrivere in sala, come si faceva anni fa. Oggi gli strumenti a disposizione e la pressione dei mille altri impegni richiedono uno sforzo maggiore di stesura a monte del lavoro di sala prove.

Marco, la tua è una chitarra customized. Ritieni possa essere il tuo strumento definitivo.

MP: Sono 2 anni che la posseggo e ad oggi ne sono molto soddisfatto, sia nella performance live che di quella in studio.

Emiliano, Fabio: i vostri strumenti dei sogni.

EB: Il basso della mia vita è perfettamente delineato nella mia mente, e spero presto di poterlo rendere realtà.

FM: Il mio sogno è di far suonare una batteria mediocre come una di fattura eccezionale.

 

Per info: https://www.facebook.com/AshiBand

 

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