negazione

Dalla leggenda al mito.

Più che una semplice band un vero e proprio mito che è cresciuto con il trascorrere degli anni. Band fondamentalmente hardcore/punk che non ha mai disdegnato influenze differenti. I Negazione sono diventati un simbolo per moltissimi motivi. In primo luogo hanno rappresentato tutti i ragazzi che avevano iniziato a suonare nei garage, negli scantinati. Loro, con l’esibizione al Monsters of rock del ’91, ce l’avevano fatta.

Segno che chiunque ce la potesse fare. Sono stati un simbolo per l’underground. Sono sempre rimasti underground. Anzi. Anche per non tradire questo spirito, una volta arrivati in cima, hanno deciso di sciogliersi. Ovviamente le motivazioni, a detta degli stessi membri, non sono così semplicistiche. Tuttavia il non sentirsi addosso il mondo del mainstream ha sicuramente dato il calcio finale ad una decisione che era già nell’aria. Morto il mito, nasce la leggenda, come si suol dire. E così è stato. In quello che segue cercheremo di ripercorrere, almeno in minima parte e non in maniera esaustiva, la storia e quello che i Negazione sono stati, hanno rappresentato e ancora rappresentano. Lo spirito continua.

Contesto storico.

Correvano gli anni ’80. cercare di riassumere cosa stesse accadendo e cosa accadde in quel decennio è difficile. Soprattutto, non è il fine di questo articolo. Si può fare un discorso complessivo che ne delinea i tratti fondamentali.

“Anni Ottanta: nasce Internet (non come la conosciamo oggi) e al cinema arrivano gli effetti speciali, cade il muro di Berlino, esplode Chernobyl, il mondo assiste in diretta al disastro dello Shuttle Columbia. l’Italia vince il Mondiale di calcio, nasce il cinepanettone sulle ceneri degli Anni di piombo, le notti iniziano con l’happy hour, irrompe sulla scena la trasgressiva Madonna e gli yuppie griffati dalla camicia al calzino danno la scalata alle stanze dei bottoni.

I difficili Settanta dei cineforum “segue dibattito”, dell’impegno e dell’autocritica, del “piombo” delle Brigate Rosse e delle grandi manifestazioni di piazza sono di colpo lontanissimi. Il nostro presente nasce così, nel decennio di passaggio all’era digitale e di revanscismo più inconsapevole che premeditato. Questo, di per sé, merita già una riflessione.

Sì, perché quel periodo che ha visto mutare vorticosamente scenari ed equilibri geopolitici internazionali nonostante ciò è citato più per eccessi e superficialità che per elevate virtù. Insomma, nel ricordo collettivo sono anni leggeri sotto tutti i punti di vista. Si affermano come un rigurgito di periodi cupi fortemente politicizzati con stili di vita improntati al consumismo, all’esteriorità e allo svago. È il decennio della tecnologia, dell’esagerazione e del narcisismo. “

(fonte: Meeting congressi).

Accanto a tutto ciò, arriva la tv privata, viene cancellata la scala mobile, iniziano le privatizzazioni. Il debito pubblico sale in modo esponenziale e senza un limite.

A Torino.

La capitale sabauda è stata al centro di molti avvenimenti negli anni ’80. Sia di cronaca sia politico sociali. Nel decennio la Fiat ha più volte lanciato ristrutturazioni che hanno portato con sé licenziamenti, cassa integrazione, crisi economica.

“Mentre Milano si apprestava a diventare la capitale italiana della finanza, della modernità e della movida, Torino si svegliava immersa in una crisi occupazionale che era anche una crisi esistenziale. Nella città delle fabbriche, raccontano i dati dell’epoca, non c’era rimasto molto da bere: “tra il 1981 e il 1991 Torino perde 154 mila abitanti. La popolazione non solo si riduce, ma è sempre più vecchia – fotografano gli analisti dell’Unione Industriale in un documento.

A causa della profonda crisi recessiva, l’industria perde circa 106mila addetti. Gli iscritti al collocamento sono passati da 22.288 nel giugno ’80 a 55.000 nello stesso mese del 1985. (Fonte: La Stampa).

Uno degli eventi simbolo fu la marcia dei 40mila che si svolse il 14 ottobre del 1980.

“Quel giorno, nel cuore della Torino operaia, una manifestazione dei quadri e degli impiegati Fiat contro il sindacato, che da oltre un mese era in agitazione e impediva a molti di loro di accedere al posto di lavoro attraverso picchetti ai cancelli. Si trattava di una dura presa di posizione del ceto medio di fabbrica contro la retorica operaista e le prassi rivendicative adottate dal sindacato. Al di là degli effetti immediati – e cioè la rapida chiusura della vertenza che aveva innescato gli scioperi – il corteo dei quarantamila ebbe un impatto emotivo enorme”. (fonte: La diga civile).

In questo contesto nascono i Negazione.

Nascita e primi anni.

“Volevamo esprimere il rifiuto di ciò che vivevamo, in modo netto e totale. Corrispondeva alla nostra visione del mondo in quegli anni, alla rabbia che esprimevano i nostri primi testi, alla violenza della nostra musica”, raccontaTax (Roberto Farano), chitarrista e autore delle parole di molti brani della band.

I Negazione si formarono nel 1983 a Torino, fondati da Roberto “Tax” Farano alla chitarra, già attivo come batterista dei Declino, Orlando Furioso alla batteria, Guido “Zazzo” Sassola alla voce e Marco Mathieu al basso, mescolando inizialmente membri dei precedenti 5° Braccio ed Antistato. Dopo breve tempo Orlando Furioso fu sostituito da Michele D’Alessio, con cui produssero il primo split album su cassetta dal titolo Mucchio selvaggio edito dalla collaborazione di Ossa Rotte Tapes e Disforia Tapes e che li vedeva assieme ai Declino.

La cassetta fu stampata su LP due anni dopo dalla Children of the Revolution Records. Fin dal primo nastro i Negazione sono stati un’entità peculiare, in qualche modo strettamente legata alla Torino degli anni ’80 piagata dai mali tipici delle metropoli industriali (alienazione, eroina, omologazione, disoccupazione, mancanza di spazi e alternative). Loro hanno dato una forma sonora al disagio giovanile e alle battaglie quotidiane di ognuno, raccontando da dentro una Torino in cui l’angoscia del vivere si trasformava in poesia lancinante, declamata con chitarre fuori controllo e batteria a 1000 all’ora.

L’essere speciali dei Negazione è colto da subito anche fuori dai nostri confini. Il nastro e i primi due singoli autoprodotti del 1985 – Tutti pazzi e Condannati a morte nel vostro quieto vivere ricevono menzioni e recensioni positive un po’ ovunque, anche su Maximum Rock’n’Roll, la bibbia del punk. E la stampa specializzata italiana non è da meno, salutando questi lavori con entusiasmo e giudizi lusinghieri.

Il motivo è semplice: come altri gruppi contemporanei, sviluppano in maniera più o meno inconscia un sound personale, non derivativo. Perché in quel momento la scena italiana è davvero qualcosa di differente e unico. Come conferma il chitarrista Roberto “Tax” Farano in una dichiarazione rilasciata quasi 20 anni fa a Metal Hammer: «Che eravamo un gruppo speciale lo credo anch’io, ma erano anche tempi speciali, se vuoi più duri, e quindi si agiva in un’altra maniera, c’erano meno possibilità e dunque dovevi lottare un po’ di più […]; forse questo deriva anche dal fatto che veniamo da Torino, e il vivere determinate situazioni che comporta una grande città avrà senz’altro avuto il suo peso… eravamo speciali, come lo erano i CCM, i Kina gli Indigesti… come tutti i gruppi dell’epoca».

Nel 1984 vennero invitati dall’etichetta statunitense R Radical Records di Dave Dictor dei MDC, a partecipare al doppio album International P.E.A.C.E. Benefit Compilation, che vedeva fra gli altri band come Crass, D.O.A., Dirty Rotten Imbeciles, Septic Death, Conflict, Reagan Youth, White Lies, Subhumans, Dead Kennedys, Butthole Surfers, ma anche altri gruppi della scena italiana come Declino, Peggio Punx, Wretched, Contrazione, Impact, Cheetah Chrome Motherfuckers e RAF Punk.

La compilation uscì in collaborazione con la fanzine di San Francisco a distribuzione internazionale Maximumrocknroll, che mensilmente teneva una rubrica sulla scena hardcore punk italiana. Nel 1985 uscì l’EP 7″ autoprodotto Tutti pazzi che segnò anche un nuovo cambio alla batteria, con l’ingresso nel gruppo del ex Upset Noise Fabrizio Fiegl. Il tour che seguì l’EP li vide sui palchi di Danimarca, Paesi Bassi e Germania e di li a poco pubblicarono il secondo EP autoprodotto, dal titolo Condannati a morte nel vostro quieto vivere, registrato nei Paesi Bassi, ad Amsterdam.

Ed è così che si giunge a quella che sarà sempre ricordata come l’essenza dei Negazione, ovvero l’album Lo spirito continua. La stampa italiana tributa le giuste lodi a questi 10 brani che divengono instant classics (come La vittoria della sconfitta, Dritto contro un muro, Lei ha bisogno di qualcuno che la guardi e la title track, giusto per citarne una manciata).

Pur restando legati al punk, i Negazione iniziano a mettere d’accordo punk e thrasher (in un certo senso proprio come negli Stati Uniti stavano cominciando a fare band come DRI, COC e tutta la compagnia degli acronimi) con una furia, una tecnica e una violenza irresistibili. Senza dimenticare la vena poetica, intimista, riflessiva, soprattutto nei testi.

Nel 1987 il gruppo tornò in studio sempre nei Paesi Bassi per registrare …nightmare, EP uscito per la statunitense New Beginning Records.

Dalla capacità di aggregare punk e thrasher nasce l’album numero due, Little Dreamer (1988, il primo per la label tedesca We Bite, che segue il singolo interlocutorio Nightmare dell’87 su New Beginnings Records). Una collezione di nove pezzi in cui è presente più che mai un piglio metallico – che fa storcere il naso ad alcuni fan di vecchia data – ma anche una ricerca di soluzioni ancora più imprevedibili.

Come l’incredibile e frenetica hardcore ballad Il giorno del sole e la chiusura affidata a Serenità di un attimo, costruita su arpeggi acustici ad accompagnare un vero e proprio parlato-recitato, con coretti melodici in background, cinguettio di uccellini e rumore del mare.

La collaborazione con We Bite Records portò l’EP con Elvin Betti dei Gow alla batteria, dal titolo Behind the Door e Sempre in bilico oltre la raccolta Wild Bunch the Early Days contenente brani registrati tra giugno e dicembre 1984.

All’indomani della pubblicazione di Little Dreamer una serie di intoppi frenano il decollo dei Negazione. Il nucleo storico (Zazzo, Tax e il bassista Marco Mathieu) resiste e assolda Elvin Betty (Gow, Magnifica Scarlatti, Aeroplanitaliani) a completare la sezione ritmica. Con lui vengono incisi Behind the Door e Sempre in bilico, rispettivamente un 12” e un 7” pubblicati all’unisono nel 1989 – una mossa particolarissima, peraltro, e decisamente anticommerciale.

Trovata una nuova stabilità con Jeff Pellino alla batteria (Giovanni Pellino, poi noto come Neffa), i Negazione nel 1990 registrano e fanno uscire il loro album 100%. Nell’arco di otto pezzi (nove nel CD, che include come bonus una cover di I Think I See the Light di Cat Stevens: altra scelta del tutto imprevedibile per una hardcore band) la formazione torinese porta a compimento un processo evolutivo in atto da anni. A livello di atmosfere e tematiche, la rabbia c’è ancora, ma non è più totalmente intrisa di nichilismo e livore, subentra una sorta di sguardo verso un potenziale futuro positivo, una speranza in ciò che verrà e una riconquistata fiducia nella vita.

L’ultimo batterista, prima dello scioglimento, fu poi Massimo Ferrusi, precedentemente attivo in band come Stinky Rats e Indigesti. 100%, oltre a contenere l’ultimo inno generazionale dei Negazione Brucia di vita, è anche il disco che sembra aprire vie verso orizzonti di pubblico più ampi e nuovi consensi. Con il nuovo batterista, il 14 settembre del 1991 la band sale sul palco del Monsters of Rock a Bologna. Il cartellone prevede AC/DC, Metallica, Queensrÿche e Black Crowes.

I Negazione vengono aggiunti all’ultimo momento e, infatti, non figurano sui manifesti ufficiali. È un classico momento magico, al netto delle critiche dei soliti duri e puri che li accusano di essersi venduti e di avere tradito lo spirito dell’hardcore e del punk, che prelude però alla fine. Il gruppo, sorprendendo molti, si scioglie a meno di un anno dal live al Monsters of Rock.

Le motivazioni le ha spiegate Tax a Rolling Stone: «A noi più di tutto interessava continuare a crescere, era il nostro obiettivo… però, arrivando al Monsters of Rock, venimmo avvicinati da realtà a cui noi non eravamo abituati o pronti – intendo di major discografiche, agenzie di booking per i concerti e management. […] Arrivammo a un punto in cui non ci divertivamo più […]. Eravamo un po’ scoppiati e alla fine abbiamo deciso che era meglio finire così l’avventura dei Negazione».

Conclusione.

Circa un decennio. Tanto è bastato ai Negazione per segnare la musica italiana underground per sempre. Senza di loro il ‘movimento’ non sarebbe lo stesso.

È stato il loro modo, il loro crederci fino in fondo e nonostante tutto a farli arrivare al mito.

I primi concerti, la scelta di puntare tutto sulla musica. Il primo tour, se così lo si può chiamare, fatto grazie all’interrail. Il suonare sempre e comunque, ovunque. La scelta di rischiare. Il salire sul palco anche senza essere sicuri di quello che stessero facendo e senza saper suonare in maniera adeguata. Il crescere cammin facendo grazie alle esperienze, alle persone incontrate. I negazione sono andato ovunque. Sono annoverati tra le band più influenti del panorama punk/hardcore internazionale.

Il mito dei Negazione è stato celebrato da molti in diversi modi. Forse il più significativo è la pubblicazione del libro: “Negazione – Collezione di attimi”, che racconta la mitica band torinese attraverso alcune immagini e fotografie. per Goodfellas Edizioni: l’ha curato Deemo, storico grafico dei Negazione e autore di alcune delle copertine dei loro dischi più noti. 

I due membri storici dei Negazione, Farano e Sassola (Marco Mathieu è scomparso a soli 57 anni nel dicembre del 2021, dopo quattro anni di coma in seguito ad un ictus – “Negazione – Collezioni di attimi” è dedicato proprio a lui), risalgono idealmente a bordo del loro furgone per ripercorrere attraverso fotografie, locandine e immagini inedite la storia della band in 350 pagine. Ci sono anche lettere e testi scritti a mano.

Tutto in pieno spirito underground. Questo è più sufficiente a far salire i Negazione molti gradini al di sopra di più blasonati colleghi che millantano apporti fondamentali ad un mondo che in realtà non gli appartiene più.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *