Fabio Macagnino

Fabio Macagnino: ‘i dialetti sono ricchezza culturale’

Ancora non si è fermata l’eco della pubblicazione del suo ultimo disco (recensione) che Fabio Macagnino è già proiettato sul prossimo. Un disco che potrebbe essere meno punk, più morbido nelle sonorità. Ma non solo. In questa intervista Macagnino racconta da dove è nata l’esigenza di un disco come Sangu, del suo punto di vista circa la musica popolare e molte altre chicche. Tutta la leggere.

Una presentazione per chi non ti conosce
Fabio Macagnino, nato in Germania da madre calabrese e padre Pugliese. Il mio approccio alla musica è condizionato dal fratello maggiore che, quando avevo 10 anni, mi portava ai concerti Punk a Düsseldorf. A 13 anni cominciai a suonare la batteria, influenzato dall’ascolto dei Police, Supertramp, U2 e altri. Arrivato in Calabria ancora adolescente, formo la mia prima band Rock (testi in dialetto calabrese). Dopo diversi anni di militanza in questo gruppo, mi avvicinai alla musica popolare regionale. Imparai i tamburi a cornice e avviai la mia formazione teatrale. Per imparare bene la musica, studiai architettura con dottorato.


Entriamo subito nel vivo: la tarantella è punk anche nella sostanza o solo nella forma?
Il mio approccio alla musica popolare è sicuramente influenzato dalla mia biografia. Il mio ultimo disco è caratterizzato volutamente da sonorità rabbiose, dure e tribali: è Punk nell’attitudine.

Perché l’esigenza di un disco come Sangu?
L’esigenza nasce durante i lockdown. Avevo gli Hard Disk pieni di brani che avevo accumulato negli anni. Durante quei mesi di confinamento, cresceva in me il bisogno di oppormi a questa atomizzazione della società. Io faccio musica perché adoro la convivialità. La musica popolare è il mezzo che più mi consente di vivere immerso nell’atmosfera conviviale. Da qui nasce l’esigenza di tirare fuori quei brani: mi prefiguravo il ritorno nelle piazze, per respirare nuovamente quell’aria di libertà a cui sono abituato.

Il cantato dialettale non potrebbe essere un boomerang?
I dialetti sono fonte di ricchezza culturale. La mia è una scelta poetica e politica. La lingua regionale, popolare, scaturisce dall’anima, naturale, senza artifici, informale, secca, breve. E’ una lingua che, in osmosi col territorio dal quale sgorga, ne è influenzata e ne favorisce una compenetrazione scambievole di idee e atteggiamenti. È la lingua del Popolo che è, da sempre, il vero Poeta di tutti i tempi.

La taranta non è solo musica, è uno spirito, un modo anche di vedere le cose. Il mondo ha bisogno di più tarantelle?
Il mio approccio alla musica è frutto di studio e attenta osservazione della società. Io amo la cultura popolare, perché mi permette di riconoscere il permanente nel fuggevole. La ripetitività diventa rito, il rito diventa simbolo; il simbolo, diviene appiglio, in un mondo piatto e liquido. Secondo me è necessario scandagliare i simboli da consolidare e quelli da rigettare. In questo senso allora: si, ci vuole più tarantella.

I giovani, come reagiscono nei live? Sono presenti o mancano?
Negli ultimi decenni, la Calabria, ha vissuto un revival eccezionale intorno alla riscoperta delle tradizioni. L’interesse abbraccia tutte le classi sociali e tutte le età. I giovano sono presenti e reagiscono con entusiasmo. Adesso è, però, necessario innovare. La tradizione che non si rinnova, muore.

Quanto teatro c’è in Sangu?
ll teatro è uno strumento tecnico che pervade costantemente la mia attività musicale. Mi permette di sottolineare gli aspetti extra quotidiani, che caratterizzano qualsiasi attività artistica. Ma è soprattutto nei live attingo alla disciplina teatrale.

Ci sono canzoni che è stato difficile escludere dalla playlist definitiva?
Si, ma per fortuna, ho un bravissimo produttore artistico (Mujura), che mi aiuta a scegliere con coerenza il materiale da utilizzare

Oggi il punk, domani?
Ho già pronti nuovi brani. Non riesco a smettere di scrivere canzoni. Probabilmente saranno canzoni meno rabbiose

La musica mediterranea è valorizzata o sottovalutata?
Credo che, tutta la cultura mediterranea, fatica a dare il proprio contributo in una società troppo condizionata dall’efficientismo di stampo anglosassone e mittel-europeo.

Quanto ha inciso e incide la musica popolare sulla crescita degli artisti nostrani?
Mi sembra troppo poco. Siamo troppo esterofili.

Una domanda che non ti hanno mai posto ma ti piacerebbe ti fosse rivolta?
Perché hai scelto di restare nella Locride? Scherzo

Se fossi tu ad intervistare, ipotizzando di avere a disposizione anche una macchina del tempo, chi intervisteresti e cosa gli chiederesti?
Intervisterei me stesso da ragazzo: “ma perchè cavolo ti sei innamorato di…”

Un saluto e una raccomandazione a chi ti sta leggendo
Mi raccomando siate più critici, arrabbiatevi, non state zitti. Ballate, siate allegri, prendetevi le piazze.

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