Luca Sammartino

Luca Sammartino: ‘punk, è cantare in italiano’

Reduce dalla recente pubblicazione del suo ultimo disco (recensione), in compagnia de I Fenomeni, Luca Sammartino racconta come è nato il progetto, da dove prende spunto per i testi, della nuova strada che lo aspetta e del fatto che Punk is not dead, ora più che mai. Tutta la leggere!

Una presentazione per chi non ti conosce

Ciao sono Luca Sammartino, sono un cantautore e sono di Lodi. Accompagnato dalla mia band “i Fenomeni” composta da Christian Anfossi alla chitarra, Andrea Cattarina al basso e Marco Fapani alla batteria e produzione teniamo in vita il rock ‘n’ roll in giro per i palchi.

Punk is not dead?

Mai lo sarà, come tutta la musica suonata e che porta in seno valori concreti e qualcosa da dire. Il punk è talmente morto che adesso tutti i trapper, dopo essersi resi conto che non si vive di soli numeri pompati sui social e sku sku, si stanno spacciando per paladini del pop punk ed è tornata la wave emo… che strano il destino eh?

Come nasce una vostra canzone?

Generalmente l’idea mi arriva da un buon titolo. Da lì dopo un periodo imprevedibile di tempo mi viene in mente la melodia e faccio una demo, oppure qualcuno dei ragazzi salta fuori con un’idea di musica e ci scrivo sopra. Completiamo il tutto a distanza in “smart working musicale”, dopodiché ci troviamo nel nostro studio per registrare le versioni finali. Durante la pandemia abbiamo pubblicato musica totalmente a distanza, mandata poi dal nostro Fapo in studio che ha assemblato, mixato e masterizzato le varie parti.

Il fatto di essere italiani e, quindi, provenire da una tradizione musicale melodica, vi ha agevolato nella composizione?

In parte sì. A livello prettamente musicale arriviamo da influenze molto americane che vanno dal punk rock al rock ‘n’ roll e folk ma sono un grande ascoltatore ed amante della musica italiana: sono cresciuto ascoltando Ligabue, 883, Cremonini, Articolo 31 ma allo stesso modo amo la musica leggera anni ’60 ed i grandi cantautori nostrani. L’insieme di tutto ciò risulta nel nostro sound e nei testi.

Fame chimica di cosa, per la musica contemporanea?

La “fame chimica”, filo conduttore del nostro disco “Frugo nel frigo”, è riferita al fatto che, vivendo nell’era in cui siamo bombardati di informazioni e abbiamo tutta la musica che vogliamo a portata di dito, ci accontentiamo di ciò che il mainstream ci propone nella home dei social e delle piattaforme di musica, ingozzandoci di canzoni senza la consapevolezza di ciò che ingurgitiamo. Ci accontentiamo della forma e non del contenuto, ci siamo impigriti molto come pubblico.

Cosa manca all’audience nostrana?

Per come la vedo, manca la consapevolezza ed il coraggio di vivere la musica in maniera attiva, di scoprire qualcosa di più rispetto a quello che abbiamo sotto il naso o che ci propinano ai talent e a Sanremo. Non è un caso se ormai la durata radiofonica ideale delle canzoni si è ridotta a meno di tre minuti, se le canzoni vengono prodotte in ambito major in funzione “delle nicchie di mercato” e se molti artisti durano meno di una stagione. Siamo diventati dipendenti da questo all you can eat.

Perché il cantato in italiano?

Perché non ho mai creduto al mito de “adesso con internet mi ascoltano in tutto il mondo” e ormai la cosa più “punk” che puoi fare è cantare nella tua lingua madre. Nonostante parlo inglese molto bene e sia indubbio che sia una lingua che suona bene dal punto di vista musicale, anche l’italiano propone soluzioni melodiche che funzionano benissimo… e soprattutto mi piace pensare che le persone che vengono ai concerti capiscano ciò che sto comunicando con la canzone. Parla come mangi…

La musica è solo intrattenimento o ha un ruolo più rilevante nel panorama sociale?

Penso che abbia un ruolo fondamentale nel panorama sociale e che chi dice “un cantante deve pensare a cantare e basta” sminuisca la musica stessa. La musica pop (in particolare il rock ‘n’ roll) nasce tutta in un contesto sociale ben definito – le piantagioni del sud degli Stati Uniti in cui venivano gli schiavi africani, cantando, riuscivano a mantenere vive le loro tradizioni e ad evadere da quell’amara realtà.

Da lì in poi si sono sviluppati i generi musicali moderni e nel corso degli anni è lampante quanto ogni era sia segnata dalla musica (e dall’arte in generale). Anche tornando indietro nel tempo si può constatare come da sempre la musica ha accompagnato l’uomo. Al giorno d’oggi, per me, resta un modo per esprimere la propria opinione liberamente nei confronti della società e del mondo in cui viviamo.

Vivete di musica? Se non è così, vi piacerebbe?

Io personalmente sì – oltre al cantautore lavoro come ufficio stampa musicale – ma è difficilissimo vivere esclusivamente del mestiere di musicista, soprattutto in un Paese come il nostro in cui quando dici di fare il musicista non vieni preso sul serio.

Dovrebbe esistere una tutela maggiore per gli artisti che fanno musica originale?

Sì ma penso sia un discorso da inquadrare nell’ambito generale della tutela dell’arte, della cultura e dell’istruzione italiana. Tutte cose di cui ci ricordiamo l’esistenza soltanto sporadicamente in qualche servizio al tg. Bisognerebbe avere anche più coraggio sul dare spazio dal vivo a chi suona musica originale: sia come locali di musica live, sia come pubblico, sia in primis come artisti.

Quando avete iniziato, avreste mai pensato di arrivare dove siete? Era un’idea chiara o una speranza?

Considerando che è nato tutto da solo, dopo il fallimento del mio vecchio progetto con una band, con un singolo benefico dedicato ad un’amica scomparsa in un incidente stradale… no. Ci speravo ma non me lo sarei immaginato. Poi sono arrivati i Fenomeni nel progetto e da lì la cosa si è fatta più concreta. Ma siamo solo all’inizio…

Se foste voi ad intervistare, ipotizzando di avere a disposizione anche una macchina del tempo, chi intervistereste e cosa gli chiedereste?

Mi piacerebbe incontrare Chuck Berry e chiedergli come gli è venuto di scrivere Johnny B. Goode, da dove gli è nata l’idea del riff, se è stata una cosa premeditata o improvvisata e, soprattutto, se fosse consapevole del fatto di aver rivoluzionato la musica.

Un saluto e una raccomandazione a chi vi legge

Grazie mille Tempi Dispari per lo spazio che date a me, ai Fenomeni e a tutta la musica emergente. Per chi ci legge, potete seguire le nostre fantasmagoriche avventure rock ‘n’ roll sul profilo Instagram @ls.rocknroll e mi raccomando: non accontentatevi dell’all you can eat, frugate nel frigo!

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