L’oscurità dei Thing Mote, una luce per i più

Davvero interessante questo Robokiller dei Thing Mote. Interessante e di ottima fattura. Se, da una parte, può essere considerato come una sorta di summe del meglio della scena alternative/garage più oscura degli anni ’90, dall’altro trasuda contemporaneità da post rock.

Insomma un bel mix. Una certa vena dark, molto scura è il filo rosso che unisce le tracce alcune di queste sospese tra stoner e psichedelia prog (il brano Redroom che vede anche una strizzatina d’occhi agli svizzeri Young Gods).

La durata delle composizioni non aiuta l’ascoltatore superficiale trattandosi di canzoni che sfiorano anche i 7 minuti di durata. Una scelta audace di questi tempi ma che per i nostri paga. Un disco per molti versi pachidermico, pesante non tanto nei suoni quanto nelle atmosfere quasi sempre chiuse e claustrofobiche, tranne qualche rara eccezione come Awake.

Ottimi gli intrecci ritmici in tutto il disco. Ogni strumento fa la propria parte per rendere intricato il tappeto ritmico. Diversi tempi dispari e ritmiche spezzate. Non ci sono a solo strabilianti ma è sempre l’insieme che la fa da padrone donando un’esperienza d’ascolto coinvolgente e interessante di ascolto in ascolto.

Molto positiva anche la produzione che ben riesce ad enfatizzare le composizioni. Ottimo amalgama degli strumenti dove non c’è una guida ma sono tutti persi nello stesso mare. Starà a chi ascolta decidere di seguire quello che preferisce. È un disco rock senza compromessi questo dei Think Mode. O lo si ama o non lo si sopporta. Un peccato seguire la seconda strada perché si perdono dei viaggi unici. Del resto i gusti sono gusti.

Non c’è nulla di pop nelle tracce. Così come manca la luce anche nei momenti più calmi. Anzi, forse sono proprio questi ad essere i più profondamente dark. Non ci sono passaggi scontati nelle canzoni. Anche quando sembra di aver capito l’andamento di un brano accade qualcosa che fa cambiare repentinamente strada (Aukland and you potrebbe esserne un esempio).

Non mancano neppure gli omaggi come potrebbe essere Her, che ricorda l’andamento dei brani dei primi Nirvana ma senza essere un pezzo grunge. Questo perché, come precedentemente detto, nasconde al suo interno un elemento di rottura inatteso.

Medesimo discorso vale anche per Wasteland che richiama gli Alice in chains e che non manca di stupire nel suo andamento. Stilisticamente non è un lavoro che si possa racchiudere in un unico genere. Provandoci si può dire che è un disco decisamente heavy ma senza averne le caratteristiche musicali. No growl, no compressioni esagerate, no blast beat, no trigger.

Insomma nulla di nulla che lo potrebbe far annoverare tra i dischi metal, eppure è molto più metal di molte altre produzioni di genere. Qualche pecca? Claustrofobia a parte, nessuna. Nella sua complessità non è un disco che può annoiare.

Una cosa è certa, è complessità non per tutti. Per poterlo apprezzare si deve essere nel giusto mood e avere delle basi di ascolti assolutamente variegate. Molto bello il contrasto su Hoax tra la base strumentale monolitica e il cantato melodico.

Un disco consigliato ai più. Astenersi solo coloro i quali cercano i soliti riff, la solita velocità, o la solita lentezza. Piacerà molto ai fans di Nero di marte, Opeth e via ascoltando.

TRACKLIST

  1. Robokiller
  2. Stillness
  3. Redroom
  4. Memories
  5. Awake
  6. Auckland and You
  7. Her
  8. Machines Are Coming
  9. Hoax
  10. Wasteland

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