Superhorror

Non delude, anzi, il nuovo Superhorror. I nostri sono riusciti a tenere fede alle premesse dei singoli. Di più. Sono andati ben oltre. Se ci aspettava un lavoro monolitico, tirato dall’inizio alla fine, si potrebbe rimanere spiazzati. Attenzione ai termini. Spiazzati, non, delusi. Impossibile rimanere delusi da questo disco. Il fatto che non sia monodirezionale è solo un bene. Afferma il carattere dei Superhorror come band completa e non solo come gruppo adrenalinico. Il problema dell’adrenalina è che crea assuefazione appiattendo le risposte. Con Devilish Whisper non accade.

Intendiamo, il disco corre a rotta di collo, senza freni un più di un’occasione. È la padronanza del mezzo a fare la differenza. I nostri non perdono mai il controllo. Anche alle velocità più folli la guida è ben sicura, mai tentennante. Mancanza che potrebbe far andare fuori strada. Invece, grazie ad un perfetto dosaggio di lento veloce, la macchina dei Superhorror resta sempre saldamente in pista. E corre talmente veloce da riuscire a raggiungere la vetta del gruppo dei migliori. Come espresso in occasione del singolo Devil’s love you, il solo modo per descrivere, almeno in parte, il loro suono, è fare riferimento a chi lo ha inventato.

E stiamo parlando di Crazy Lixx, Crash diet e compagnie discorrendo. Per far andare il mezzo esattamente dove si vuole è necessaria una grande tecnica. E non solo in termini strumentali. “Dettaglio” che ai nostri non fa difetto. Vuoi la complicità dei suoni, compressi al limite del thrash, ma i brani sono tutti costruiti in maniera magistrale. Molto bello Holy Water che verso i ¾ ha un cambio inaspettato e quantomai azzeccato. Superhorrorshow riporta subito su coordinate più consone. Chitarre pesantissime con riffing hard rock super taglienti. Lodevoli, in questo frangente come in altri parti del disco, l’utilizzo dei cori.

Adeguato e ottimamente dosato il solo di chitarra. Non una sciorinata di note, ma abbastanza incisivo da coinvolgere fino all’ultima nota. Il basso e la batteria sono i protagonisti della successiva Z World. Pur se affiancati, dopo un introduzione solitaria, dalle chitarre, sono loro a tenere in piedi la canzone. Notevole il break poco dopo la metà. In questo passaggio la batteria dà una ottima padronanza di sé. Non è un a solo, tuttavia in sede live ne potrebbe diventare l’introduzione. Devilish Theme è una strumentale in mid tempo incalzante, dissonante, solo baso e chitarra.

Potrebbe ricordare o essere utilizzata come base per un film di Tarantino. In un momento di particolare tensione. Dead girls are good fa ripartire la locomotiva Superhorror. Ritmi sostenuti, interventi di chitarra al fulmicotone. Non mancano i cambi di passo che rendono l’andamento molto più interessante. Molto ben architettato il finale rallentato. Della successiva Satan love you abbiamo ampiamente parlato nella recensione. Entra gamba tesa Church of IDGAF. Diretta, inarrestabile, senza freni. Puro e semplice rock and roll potente.

Più che lodevole il lavoro della batteria che di quando in quando abbandona l’accompagnamento classico per soffermarsi su fraseggi percussivi. Anche in questa ci sono passaggi inattesi. Subito dopo l’ottimo solo, si rallenta. Ma è solo una rincorsa verso il finale a piena velocità dove si presenta come accompagnamento un secondo intervento solista. La conclusione del disco è affidata a Back to graveyard. Mid tempo cadenzato. Basso in evidenza con un accompagnamento percussivo. Il brano è composto da diversi strati, molti stop and go. Lodevole il lavoro della chitarre, mai doma, sempre attiva macinando riff su riff. Il calo a ¾ perfettamente prepara alla sfuriata finale con ritornello, cori urlati e chitarre differenziate.

Concludendo. Come da premessa, non si può rimanere delusi da un disco di tale fatture. Adrenalina pura, senso di ribellione e di libertà. Ascoltandolo ci si immedesima facilmente nelle immagini descritte. La voce diventa la nostra voce che urla e si ribella. Che reclama il proprio spazio, che vuole uscire dagli schemi e dalla banalità. Ed è esattamente quello che questo disco trasmette. Le coordinate sono ben precise, ma non sono scontate, non sono canoniche. Un lavoro che anche al millesimo ascolto ancora scalderà il cuore, l’anima, farà ribollire il sangue e ci farà chiedere dove si fosse nascosta la nostra voglia di ribellione. Allora allentiamo la cravatta, spettiniamoci i capelli, arrotoliamo le maniche della camicia per far uscirei tatuaggi e buttiamoci a capofitto nella vita. In quella che vogliamo e non che gli altri vorrebbero per e da noi.

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