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Ibridoma, sesto disco da collezione

Partiamo da una premessa. Norimberga 2.0, il nuovo lavoro degli Ibridoma, è un gran disco. Potente, tecnico, melodico quanto basta. Ma non c’è da meravigliarsi vista la decennale carriera della band. Wall of sound d’impatto, songrwriting impeccabile, suonato bene e prodotto meglio. La sezione ritmica fa un gran lavoro a supporto del fraseggio delle chitarre, mai ferme, mai banali. Un plauso ad Alessandro Morroni, batteria, che riesce a mantenere un tappeto sonoro senza mai un calo e senza essere banale o ripetitivo. Ottima anche la voce di Christian Bertolacci. Insomma, un disco da non farsi sfuggire. La pecca, se così la si vuole chiamare, ma è anche un’imposizione del genere, è l’enorme debito del vocalist verso i Dream Theatre.

Le parti di cantato di Morroni, vuoi per la timbrica, vuoi per le metriche, seguono perfettamente le orme lasciate da Labrie. Addirittura in taluni passaggi sembra proprio di ascoltare l’originale. Detto ciò, non si discute in minima parte la validità del prodotto. Il sesto in linea temporale per i nostri. Volendo segnalare un brano rispetto agli altri, indicherei Norimberga 2.0. Molti i punti a suo favore.

Un riffing iniziale degno del miglior speed metal che si trasforma in mid tempo sul cantato per rallentare ulteriormente nel bridge che precede il ritornello. Una vera chicca è proprio il bridge. Qui fanno la loro comparsa dissonanze nevermoriane e un growl che funge da controcanto. Un inatteso inserimento. Il solo di chitarra si sviluppa sulla linea della melodia più che sulla mitragliata di note ad altissima velocità, caratteristica viva in tutto il disco. Una scelta decisamente azzeccata.

Resta da rimarcare l’intreccio delle due chitarre che raramente si sovrappongono riuscendo a mantenere ferma l’atmosfera pesante del brano. Molto ben dosati i cori che in diverse parti rafforzano notevolmente l’impatto sonoro complessivo. Ultimo, ma solo in ordine di elenco, non certo per perizia o importanza, il basso i cui giri rafforzano ancora di più il wall of sound che fuoriesce dalle casse.

Tra le altre canzoni, da segnalare la presenza di un brano completamente in italiano, Ti ho visto andare via. Innegabile il richiamo ai Timoria dei tempi d’oro. Il testo parla del periodo covid, di una perdita e del dolore conseguente. Le parole in italiano nulla tolgono alla potenza del brano. Anzi, ne favoriscono l’interpretazione. Così come accade in Coming home, dove inglese e lingua madre si alternano.

Tirando le somme, come in premessa, un disco sicuramente notevole con dei suoni che colpiscono direttamente lo stomaco senza mai dimenticare la melodia. I richiami che si possono trovare al suo interno sono tutti di primordine. Dai già citati Dream Theatre, ai Queensryche passando per i Nevermore.

Un prodotto che farà piacere ai seguaci del metal non banale, ben suonato, che non stanca. Ascolto dopo ascolto sono numerose le sfumature che emergono. E sempre emergeranno.

Potrebbe anche essere un disco consigliato a chi non è molto abituato a suoni duri tuttavia è curioso e vorrebbe iniziare con qualcosa di potente e melodico allo stesso tempo.

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