Davide Mancini e il coraggio della libertà

Intervista a cura di Benedetta Lattanzi

Un mondo ipocrita e irredimibile. Questa è l’idea di Davide Mancini, cantautore valdostano che con il nuovo Poesia e Democrazia vuole cantare la sua disillusione per questo mondo, cercando di trovare una via di salvezza dedicandosi all’arte. Due album all’attivo e partecipazioni a vari festival, arrivando anche all’estero e aprendo concerti di artisti quali Vinicio Capossela e Modena City Ramblers. In questa intervista racconta di se, della sua vita e delle sue idee.

“Bisogna avere il coraggio di esser liberi”, è così che canti nel primo brano del tuo nuovo album “Poesia e Democrazia”. Pensi che ai giorni nostri la libertà sia una trasgressione?

Sì è una buona analisi. Io non ho una visione molto positiva e ottimista, non sono depresso o malato di accidia, ma sono un po’ disilluso. Vedo che all’interno di ogni ambiente le dinamiche che caratterizzano l’agire umano sono sempre molto pericolose e raramente legate ad atteggiamenti virtuosi, quindi rimanere liberi (che non significa non accettare compromessi). Mi sembra che il nostro Paese sia quello di sempre, non mi sembra sia in una fase peggiore rispetto alle altre: non si può dire che ai tempi di Mani Pulite l’Italia fosse differente o ci fossero altri valori. C’è una ciclicità nell’agire umano e questo non mi lascia essere positivo, però non perdo nemmeno la speranza. Il coraggio per chi desidera essere libero è doppio perché si rimane anche incredibilmente soli quindi bisogna essere pronti ad accettare una solitudine doppia perché poi sono atteggiamenti che lasciano le persone all’angolo. Chi desidera fare una scelta così estrema e difficile come quella della libertà deve prepararsi perché lo schianto è duro.

Chi è la lei di cui parli nella canzone?

È una lei ipotetica, immaginaria, inventata, surreale. È rivolta al femminile perché nel disco un po’ si evince questa amarezza nei confronti di una figura femminile che è un po’ disposta a tutto pur di poter arrivare a giocarsi certe carte, però di fatto il problema è trasversale, riguarda anche i maschi non ne faccio una distinzione. Però mi veniva meglio anche musicalmente avere questa lei che si opponeva e che non credeva alla democrazia ma solo alla sua poesia.

Una delle tracce che colpisce di più è “Memoriale”, nella quale affronti il tema dei profughi citando anche l’Esodo. Probabilmente è uno dei pochissimi brani dedicati al tema che riesce ad essere delicato ma forte allo stesso tempo: nel brano ti rivolgi a Dio chiedendo di dissolvere le ombre su questo letargo. Credi che un giorno si dissolveranno?

No non penso, sono molto pessimista da questo punto di vista, però credo nel valore della compassione nel senso più alto che questo termine si porta dietro. Credo malgrado tutto nell’ospitalità, nell’altruismo, nella tolleranza e nella società multiculturale. Mi rendo conto che sono parole difficili da sostenere quando poi la realtà è fatta di grandissime difficoltà, però questo periodo legato ai profuighi mi ha colpito moltissimo, un vero e proprio esodo, e quindi mi sembrava doveroso nel mio piccolo fare qualcosa sperando che non fosse la solita canzone un po’ buonista e banalotta. Ho avuto la fortuna di avvalermi del testo (che ho rimaneggiato solo in pochissime parti) di un amico che insegna filosofia e quindi ho pensato di farne una canzone. Sono molto contento del risultato, è una canzone molto semplice, anche la scelta è stata volutamente minimalista ovvero di evitare dei grandi arrangiamenti e farla solo chitarra e voce in maniera che fosse più immediata ed incisiva.

Nei vari brani si nota una certa polemica nei confronti del sistema italiano in generale, e tu stesso affermi che per non volerti prostituire preferisci dedicarti ad altre cose, come all’arte. Inoltre ci sono vari riferimenti a filosofia e letteratura. Pensi che l’arte sarà l’unica salvezza?

Sì. Di fatto il mio non è un pensiero originale, prima di me illustri pensatori avevano declinato questa idea per la quale ad un certo punto in un momento dell’estasi creativa si raggiunge il momento più puro e autentico dell’esistenza, meno macchiato da brutture ed ipocrisie della realtà. Poi nella società moderna spesso si associa l’idea di arte all’essere famoso, due cose totalmente diverse, però io questo sogno (ammesso ce l’abbia mai avuto) l’ho perso 20 anni fa, ho 46 anni non faccio dischi per diventare famoso ma perché sono convinto che l’arte è quella che ci permette di salvarci un po’ dalle brutture della quotidianità.

Pensi che il cantautorato italiano sia ormai una musica per pochi?

Abbastanza. Il cantautore per quelli della mia generazione aveva una valenza anche politica perché erano anni diversi ed era un punto di riferimento, forse anche troppo rispetto al suo talento effettivo. E poi tutto questo patrimonio è andato via via evaporando e adesso secondo me siamo un po’ alla morte del cantautore, un po’ soppiantato dai rapper. Chi racconta delle storie in una certa maniera deve fare i conti con quello che è l’orecchio giovanile di oggi, per cui bisogna ammantare tutto di hip hop, suoni molto orecchiabili, ma fa parte della logica di questo sistema. Quindi sì, il cantautore classico è ormai una specie in via di estinzione.

“Poesia e Democrazia” è stato totalmente autoprodotto: credi che questo sia l’unico rimedio per far conoscere il proprio lavoro in un panorama musicale che si concentra per lo più su artisti e canzoni “usa e getta”?

L’unico no. Il primo ho avuto la fortuna di essere prodotto, esperienza straordinaria perché ho avuto l’onore di conoscere e suonare con Mauro Pagani e ho lavorato con gente di livello incredibile come Ivan Ciccarelli e Paolo Salandini, però con la produzione ci sono ovviamente dei compromessi. Io penso che al giorno di oggi sempre meno persone possano permettersi di produrre qualcuno perché è molto difficile vendere e poi perché un cantautore che cerca di parlare in una certa maniera rimane sempre più ai margini del mercato tradizionale. Quindi è meglio autoprodursi secondo me, si rimane più autonomi, non si hanno problemi con le edizioni e le varie spartizioni dei proventi SIAE e si rimane più ai margini ma sicuramente più puri.

Prima di “Poesia e Democrazia” hai fatto uscire “Madame Gerbelle” nel 2008. Quali sono le differenze tra i due album?

L’ultimo è autoprodotto anche se di fatto io godo dell’amicizia artistica e umana di Massimo Spinosa, uno dei più grandi musicisti italiani, ha lavorato con De André, Vecchioni, De Gregori e con Mauro Pagani (l’ho conosciuto grazie a lui), e lavorando con lui mi sono dovuto mettere per forza in discussione facendo uno scatto evolutivo rispetto al primo disco, che non rinnego affatto, sono molto fiero dei miei lavori, ma il primo era molto più cantautoriale e forse meno malinconico. Il secondo un po’ più disilluso, un po’ più di protesta.

I tuoi prossimi progetti?

I miei progetti sono quelli di sopravvivere con dignità, nel senso che il primo disco è andato molto bene, il secondo fa incetta di complimenti ma di fatto suono sempre meno perché non si guadagna niente, è molto faticoso. Ho fatto tante tournée in vita mia, è molto bello ma anche molto faticoso e grazie a dio ho un lavoro che mi permette di vivere. Avessi vent’anni ne farei molte di più, invece ho presentato l’album, ho girato, ma preferisco farne poche e di qualità. Dovremmo avere qualcuno che crede in te però difficilmente le persone vengono a cercarti, bisogna andare presentarsi ovunque. Ho avuto un periodo forse nel quale avrei potuto, comportandomi in una certa maniera, cercare di farne una professione, però tutto sommato mi va bene così perché mi piace anche abbandonare per certi periodi la musica. E poi comunque la visibilità mi mette un po’ a disagio, mi piace suonare, mi piace stare sul palco però patisco anche questo tipo di stress. Spero di avere il tempo e la possibilità di chiudere una ipotetica trilogia e poi vedremo. Ho anche bisogno di tempo, se penso che Madame Gerbelle è del 2008, sono passati 7 anni. Diffido molto di quelli che ogni anno hanno qualcosa da dire, anche per gli artisti più famosi si tratta di 3 o 4 album quelli in cui c’è qualcosa da dire poi tutto il resto è un po’ un ripetersi o un ripresentarsi sotto altre spoglie; sostanzialmente la creatività non bussa tutti i giorni, e quindi mi sono preso i miei tempi. Poi la vita è strana, leggevo di questo cantautore sudafricano che ha lavorato in miniera per 40 anni e tutti si erano dimenticati di lui improvvisamente è diventato un caso, hanno riesumato i suoi dischi e adesso gira per il mondo a 80 anni.

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