“Miles to go” il nuovo disco dei Caravana Tabù un omaggio a Miles Davis

“Miles to go” è un progetto del gruppo italiano Carovana Tabù insieme a Fabrizio Bosso.

L’obiettivo è quello di portare al pubblico la musica di Miles Davis in nuova veste, attraverso una suite composta da sette arrangiamenti originali di celebri brani di Davis e tre brani inediti, ispirati ad omonimi quadri dell’artista.

Le sonorità di ogni brano traggono spunto dallo studio e dalla riscoperta dei vari periodi della musica di Miles Davis, a cui si aggiungono elementi stilistici, formali, armonici e ritmici caratteristici della musica classica e contemporanea, con particolari riferimenti a Bach, Hindemith, Stravinskij, Ravel, Debussy, Morten Lauridsen e Astor Piazzolla.

Il progetto incrocia la tromba solista di Fabrizio Bosso, col sound jazz/funk/pop dei Carovana Tabù e il live electronics.

«Viviamo la musica come strumento di unione. Siamo in tanti, e la musica è a volte il collante che riesce a mettere insieme caratteri diversi, idee diverse. Cerchiamo di puntare alla bellezza, al rispetto di quella che per noi è una musica di valore. Allo stesso tempo la musica per noi è gioco e divertimento, nel senso più alto che si possa intendere. Uno strumento per dar sfogo alla creatività, qualcosa di malleabile, non immutabile e spesso, abbiamo preso brani famosi e li abbiamo stravolti» Carovana Tabù. 

«Talento, coraggio e fantasia. Queste sono le emozioni che mi hanno trasmesso i ragazzi di Carovana Tabù, la prima volta che li ho sentiti suonare. Infatti, quando poi mi hanno contattato, ho accettato subito di partecipare come ospite in questo loro progetto su Miles Davis. Sono felice di poter suonare con loro e contribuire a far conoscere la musica di un genio della musica del ‘900, mai troppo celebrato» 

Fabrizio Bosso.

Etichetta: Icona s.r.l

Edizioni: Icona s.r.l

Release album: settembre 2022

TRACK BY TRACK 

SUITE 1

I brani di Miles sono stati concepiti come sette movimenti all’interno di una suite dalle caratteristiche contemporanee. Ognuno di essi viene utilizzato come tema su cui costruire delle variazioni, cercando di esplorare e sviluppare le diverse sfaccettature che i temi stessi presentano, attraverso tecniche di origine eurocolta, unita al jazz, all’elettronica, alle musiche improvvisate e audiotattili. 

L’incipit della prima suite, è caratterizzato dal colore scuro del Re minore di So what, descritto inizialmente dalle armonie eteree e misteriose della tastiera, su cui le note del basso si appoggiano per dare all’atmosfera di sottofondo un timbro ancora più cupo. Una partenza misteriosa, che nell’introduzione di Four si trasforma in un’atmosfera di memoria stravinskiana, con il contrappunto dei fiati e il tema originale che fiorisce attraverso il canto della tromba solista.

Dopo le sonorità orientali, argentine e spagnole di Nardis, influenzate da compositori come A. Piazzolla e I. Albéniz, si raggiunge il punto più drammatico dell’opera: Blue in Green. Non a caso questo brano si colloca a metà, quasi a segnare uno spartiacque tra il primo e il secondo blocco dell’intera Suite. Nell’arrangiamento, che stravolge completamente l’originale, i fiati sono abbandonati in un corale quasi organistico  senza tempo, in cui il lamento della tromba solista accompagna idealmente la scomparsa di Miles Davis. Tra le varie influenze spicca un brano di Morten Lauridsen, intitolato “Io piango”.

Dal silenzio lasciato dalle ultime note si risale con Milestones, e i riferimenti a Debussy, per poi proseguire con Solar. Il viaggio termina con Seven Steps To Heaven: l’ultimo accordo di Re maggiore, dipinto dalle note gravi ed arpeggiate del basso elettrico chiudono il cerchio disegnato, inizialmente, da So What. Da quei primi suoni cupi, tenebrosi, incerti, per arrivare al culmine della drammaticità: un riferimento all’attualità che sta segnando le vite di tutte e di tutti. C’è però qui, al termine della suite, quella aspettata risalita, quella rinascita che finalmente, con l’accordo finale di Re maggiore, porterà l’aspettato fascio di luce.

So what – Il primo brano dell’album introduce l’idea ciclica che caratterizza la composizione di tutta la prima suite. L’atmosfera scura, eterea e misteriosa, influenzata dal linguaggio di Tigran Hamasyan e Hans Zimmer, presenta alcuni degli elementi che saranno poi sviluppati nel corso dei successivi movimenti. La chitarra introduce la nota La, quinto grado sia della tonalità attuale Re minore, sia dell’ultimo brano che si conclude con un accordo di Re maggiore. Inoltre, il celebre solo di Kind of Blue diventa il tema e, invece, il tema di Davis diventa una sorta di special citato verso la fine durante la coda, costruito sopra un’emiola di sedicesimi affidati al pianoforte. 

Four – Le note finali di So What si collegano alle prime di Four, sviluppate con un linguaggio di origine stravinskiana che, man mano, determina un grumo sonoro su cui poi verrà costruito il tema dilatato e aggravato in 6/4. La tecnica contrappuntistica affidata ai fiati sfocia in un’esplosione di energia, con il “tutti orchestrale” che trova le sue influenze nella musica rock, fusion e gospel. La parte finale, che sviluppa ancora una volta il tema, si conclude con un accordo sospeso che poi risolverà sul semitono ascendente nel brano successivo.

Nardis – Dunque, il viaggio continua, si entra in un mondo dalle sonorità argentine e spagnole, che trova le sue influenze nel linguaggio di Astor Piazzolla e Isaac Albéniz. Il 5/4, l’idea timbrica del clarinetto e della chitarra classica si pone l’obiettivo di introdurci man mano in un’atmosfera drammatica. “Nardis” trova il suo culmine nell’esplosione poliritmica su cui si costruisce la B del tema, per poi tornare alla quiete ed approdare alla drammaticità di “Blue In Green”, con dei piccoli cluster di tono e semitono eseguiti dal pianoforte che chiudono questo primo capitolo della suite.

Blue in green 

Così, si raggiunge il punto più drammatico dell’opera. Non a caso si colloca a metà, quasi a segnare uno spartiacque tra il primo e il secondo blocco dell’intera Suite. I fiati sono abbandonati in un corale dalla sonorità quasi organistica, in cui il lamento della tromba solista accompagna idealmente la scomparsa di Miles Davis. Tra le varie influenze spiccano Paul Hindemith e, in particolare, un brano di Morten Lauridsen intitolato Io piango, sul quale viene costruita l’introduzione e parte dell’arrangiamento. 

Milestones – Il quinto movimento della suite inizia nella stessa area tonale di quello precedente. L’idea compositiva orizzontale e modale in 7/4 si ispira a Debussy, che approda ad una sonorità jazz moderna, e poi si chiude con un finale quasi fugato, dove le entrate dei fiati cercano in qualche modo di ricordare la tecnica degli stretti. 

Solar – Il silenzio finale di Milestones lascia spazio all’introduzione free della tromba solista, arrivando così al sesto movimento della suite. Solar ha una sonorità del tutto moderna. Infatti, il pedale di do minore prosegue l’idea free iniziale, rimanendo ancora in un’area misteriosa su cui si costruisce la prima esposizione tematica. Successivamente, si arriva ad una sonorità che trova le sue influenze ritmiche nella musica neo soul. Come tutti i movimenti precedenti, anche qui si procede verso una conclusione aperta, che ci permette di entrare nell’ultimo brano della suite. 

Seven steps to Heaven – Il settimo ed ultimo brano di questa prima suite inizia con un’idea ritmica sempre di natura neo soul, e la chitarra ci espone con un arpeggio alcune delle note che compongono l’ultimo accordo di Solar. Successivamente, il brano si sviluppa e cerca di esplorare nuove variazioni, procedendo verso un’ultima ed esplosiva esposizione tematica e una coda del tutto intima. Inoltre, questo movimento chiude la ciclicità della suite, e si ricollega al quinto grado La di So What con le ultime note eseguite dal basso elettrico, le quali approdano all’accordo di Re maggiore, con un finale aperto determinato dalla terza di piccarda. 

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SUITE 2

La seconda suite dell’album è costituita da tre brani originali, che si ispirano a tre quadri omonimi di Miles Davis. 

I tre quadri sono accomunati dalla presenza di figure umane, collocati in 3 fasi differenti di un ipotetico viaggio di vita. 

Il blu scuro di una notte newyorkese, in cui si intrecciano i colori fluorescenti di una città che non si spegne mai, è il punto di partenza. In New York by Night il gioco di intrecci colorati si riunisce in una doppia linea verticale che, nell’alto, nel cuore della notte, disegna la sagoma di un volto femminile. La tonalità del brano è minore, ed evoca l’inizio del cammino della donna in una New York che si muove, come indicato dal groove della batteria. Ad un certo punto il silenzio, si sentono solo il basso e il piano che dialogano. Forse sono i passi del volto femminile, che rimbombano in un improvviso attimo di stasi, in cui la protagonista resta sola col rumore del suo viaggio che prosegue in una città che la osserva andare via. 

L’arrivo a Dancer, che gradualmente porta il ritmo evocativo di New York ad un riff dei fiati che all’inizio dà i primi segnali di un movimento meno timido, meno incerto.  Quasi come se si volesse invitare la donna a salire sul palco e ad iniziare una danza. Cosa che poi accade, gradualmente, il ritmo è più spedito e non passa molto tempo che si arriva all’esplosione del pezzo, che ripercorre la gioiosità e la tonalità festosa dei colori delle tre figure che si uniscono in una danza, connubio di un sentimento di allegria espresso contemporaneamente dal movimento della musica e dei corpi. 

Poi tutto svanisce, ed ecco l’ultima tappa: Roots. Le radici, della donna, di un gruppo di giovani artisti, di tutti noi. Tantissimi visi, molti dei quali si assomigliano. Si notano persone dipinte con colori differenti. Qual è la vera autenticità del viaggio? Che la verità del nostro movimento delle nostre vite sia dentro di noi, dentro la soggettività di ciascuno? Le atmosfere eteree create dalla musica evocano il singolo, la propria personalità, la sua storia e le sue radici. Il tutto è affidato all’interpretazione che ognuno dà alla propria vita, al proprio viaggio. Un finale in cui non c’è una vera cadenza, il cammino non è finito. 

I Carovana Tabù sono:

Stefano Proietti – pianoforte, tastiere, composizioni e arrangiamenti

Andrea Albini – chitarra acustica, chitarra elettrica e composizioni

Nicole Brandini – basso elettrico

Davide Di Giuseppe – batteria e live electronics

Giacomo Cazzaro – sax alto, sax baritono e composizioni

Federico Limardo – sax tenore, sax soprano e clarinetto

Tony Santoruvo – tromba e flicorno

Giulio Tullio – trombone

Contatti e social

@carovanatabu

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BIO

Carovana Tabù è una band formata da otto giovani musicisti provenienti da tutta Italia. La loro peculiarità è il sound che nasce dalla commistione di diversi generi che spazia dal funk, passando per il jazz e il soul. Il percorso di formazione individuale della maggior parte dei componenti è di impronta classica. Successivamente è stato scelto un corso di studi in jazz e in popular music. La band è formata da Stefano Proietti – Pianoforte, Tastiere e Arrangiamenti, Andrea Albini – Chitarra acustica ed elettrica, Nicole Brandini – Basso elettrico Davide Di Giuseppe – Batteria, Live Electronics e Arrangiamenti Giacomo Cazzaro – Sax Alto, Arrangiamenti Federico Limardo – Sax Tenore e Soprano, Tony Santoruvo – Tromba e Flicorno, Giulio Tullio – Trombone. I componenti della formazione, come musicisti individuali, hanno collaborato e partecipato a diverse trasmissioni televisive, festival e tour, tra cui Sanremo Young, Festival Show, Ballata per Genova, Amici di Maria De Filippi, Umbria Jazz, lo spettacolo teatrale di Elio su Jannacci intitolato “Ci vuole orecchio”, durante le quali hanno avuto l’onore di collaborare con diversi artisti di diverso spessore e genere, come: Fabrizio Bosso, Davide Pezzin, Eric Marienthal, Rosario Giuliani, Stefano “Elio” Belisari, Massimo Ranieri, Gino Paoli, Arisa, Marco Masini, Rita Pavone, Noemi, Enrico Ruggeri, Ron, Sergio Cammariere, Gigi D’Alessio, Mahmood, Riccardo Cocciante, Andrea Tofanelli, Simon Le Bon, Europe, Ted Neeley, John Travolta e molti altri. Nel 2020 la band si classifica come finalista al concorso nazionale “Tomorrow’s Jazz Festival 2020”, tenutosi presso il Teatro La Fenice di Venezia. Da maggio 2022 inoltre la band ha iniziato un progetto di collaborazione con Fabio Concato.

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