Body Hunter – capitolo 5

Ridatemi il mio corpo

Capitolo 5

Nel buio della notte la città sopra di lui riflette solo i fulmini delle esplosioni.

L’impermeabile è a brandelli. Ferite sul viso. Sangue sciolto nella pioggia. Rigagnoli di sofferenza.

Appoggiato all’imboccatura rotonda delle fogne, osserva il vuoto.

La pistola pende attaccata al braccio destro.

La canna è ancora fumante.

La fondina assicurata alla gamba con un giro di cuoio.

Non può perdere altro tempo. Dietro i passi si fanno sempre più vicini.

L’acqua di scarto della città scivola in un balzo di pochi metri.

Non si muove. Il fiato corto non gli permette di avanzare oltre.

Sempre meno lontane rimbalzano sulle pareti di cemento le voci dei miliziani.

Il rumore dell’acqua sotto pesanti anfibi e improbabili armature.

Ancora un passo. Un ultimo balzo. Non pensa. Senza voltarsi indietro si lancia. Non vede cosa lo aspetta all’atterraggio. L’importante è uscire da quella fortezza mascherata da città.

Mesi di lotta e la libertà conquistata con un balzo durato meno di un secondo.

Atterrato su un tappeto di terra battuta trasformato in pantano spesso dalla pioggia divenuta sempre più fitta non si ferma. Senza guardarsi attorno si allontana il più velocemente possibile. I rottami e le macerie offrono una buona copertura. La pistola saggia l’aria come un felino impaurito.

Non si vede niente.

Alle sue spalle nessun rumore a parte gli spari alla cieca.

Nessuno ha ancora deciso di seguirlo fin li, ma arriveranno.

‘Maledetto’ sentenzia Ryoko pensando alle truppe che ha mandato dalla parte opposta. ‘Comunque non hai scampo’.

Il fuggiasco supera case abbandonate, carcasse di camion distrutti, scheletri di automobili, di uomini e di droidi.

La faccia gli sanguina dicendogli che non si può ancora fermare.

L’adrenalina e le droghe fanno si che i muscoli resistano.

Il pensiero di quando finirà l’effetto è lontano. Invisibile.

Lo sguardo fisso davanti. Gli occhi cercano di adattarsi il più velocemente possibile a quella situazione di oscurità.

D’improvviso inciampa. Le braccia distese, la faccia nel fango. Il respiro affannoso che cerca di riequilibrare il fabbisogno di ossigeno del suo corpo.

La pioggia gli batte sulla schiena con scintillii fluorescenti. Che miracolo la chimica.

Le mani strette a pugno con la pistola ben salda.

Gli occhi stretti come aspettando il colpo di grazia. Non arriva. Non accade nulla.

Silenzio.

Solo il pulsare del sangue nelle orecchie.

Lentamente si mette in ginocchio. Il respiro ancora irregolare.

Si guarda attorno cercando la cosa o l’uomo in cui ha inciampato.

Niente. Attorno a lui, per diversi metri, solo fango e pioggia e un avvallamento.

Si mette in piedi.

Al margine del suo campo visivo vede i fari degli elicotteri della polizia.

Si avvia verso un boschetto di rifiuti. Il colpo in canna e lo sguardo vigile.

I velivoli sorvolano la zona a bassa quota in certa di tracce. La pioggia ha ricoperto qualsiasi cosa. ‘E’ inutile sprecare tempo. Di certo non riuscirà a sopravvivere a lungo’ commentano i piloti.

Si allontanano con una lunga virata.

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