Body Hunter – capitolo 13

Ridatemi il mio corpo

Capitolo 13

Dalla porta chiusa nessun segnale. Nessun rumore. Il vecchio scanner gli torna ancora in aiuto. Come rilevatore termico gli indica che dall’altra parte è pieno di gente concentrata pochi metri più in giù davanti ad un appartamento. Davanti alla porta non c’è nessuno. Davanti a lui non c’è nessuno. Di fronte un alloggio. ‘E’ la mia unica speranza’. Con un piccolo giocattolo ad ultrasuoni regalatogli da un amico inventore mette in funzione il campanello dell’appartamento di fronte. Dalla video camera di controllo interna nessuno sullo schermo. ‘Saranno le uniformi mimetizzanti dei miliziani’ sentenzia il signor Smith facendo scattare la serratura. Reeds ha aperto la porta quanto basta per sentire quel rumore. Immediatamente esce dal suo nascondiglio. ‘Arrivederci e grazie di tutto’dice rivolto alla porta e all’uomo in maniche di camicia che lo guarda attonito. Si allontana prima che l’omino possa dire qualche cosa. Si dirige verso la polizia che ora lo segue con lo sguardo. Il controllo è previsto. Lo fermano a pochi passi dall’appartamento aperto. Dalla tasca del cappotto viene estratta la sua tessera da investigatore. ‘Reeds – sbiascica una voce da lontano – ti stavo aspettando’ commenta la voce sarcastica, senza dare la possibilità al perquisitore di dare la notizia che si tratta di un quasi collega. ‘Pareva strano che non fossi ancora comparso’. E’ il sergente Creek. Cinquantadue anni e decine di casi scottanti sulle spalle. Quello che si dice un vero veterano. Vecchio compagno di pattuglia e primo denigratore del mestiere di investigatore. ‘Non ci sono cose per te qui – dice avvicinandosi al detective – cosa fai nel perimetro? Non dovresti essere qui e, soprattutto, come hai fatto ad entrare?’. Così dicendo fa cenno al poliziotto che tiene sotto sorveglianza Reeves di allontanarsi. ‘Ora con calma – prosegue prendendo sottobraccio l’uomo – te ne vai a casuccia e ci lasci lavorare in pace’. ‘Il solito stronzo’ pensa il detective. Reeves si divincola senza forza. ‘Mi pare si tratti di un bel casino – dice passando davanti alla porta dell’appartamento e gettando un occhio al suo interno – Porco diavolo! Un altro cadavere di quel pazzo! Guarda che macello. Sangue ovunque’. ‘E chi lo ha detto? – commenta Creek spingendo il cappotto bagnato verso l’ascensore – Io non ho detto nulla. Magari è un suicidio’. ‘Non credo ci sia bisogno di dirlo – dice Reeves fermandosi davanti all’elevatore e passando di consegna ad un agente semplice – Quell’appartamento è pieno di sangue. Ovviamente, visto il palazzo, nessuno avrà sentito niente’. ‘Sei sempre stato un tipo intelligente – commenta Creek allontanandosi senza più voltarsi – fa in modo che questa qualità ti tenga anche lontano dai casini e da me, soprattutto’. La porta dell’ascensore si richiude silenziosamente scaraventando il detective in un inferno di pensieri e congetture. ‘Il serial killer è stato qui – si dice ascoltando la musica di sottofondo – ma con gli attentatori o da solo? Le esplosioni possono essere state un diversivo. Sia che fosse da solo sia che fosse con un gruppo organizzato. A quest’ora chi sa dove sarà finito. Nessuno si è interessato subito dei palazzi. Un colpo di genio in ogni caso. Ecco perché le due camionette prima. Probabilmente non è andato lontano. Chiunque fosse’.

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