Body Hunter – capitolo 10

Ridatemi il mio corpo

Capitolo 10

Cade seduto dietro un trabiccolo. La testa reclinata sul petto. Gli stivali, chiusi con fibbie supplementari, affondano nel terriccio bagnato.

Non scende più sangue.

Lunghi minuti di silenzio. Le braccia poggiate sulle ginocchia piegate verso il petto.

Il respiro pian piano si regolarizza.

Ha la forza di alzare la testa e osservare il quartiere della città che va in fiamme.

Un sorriso sarcastico gli arriccia i lati della bocca. Un luccichio di soddisfazione illumina il fondo degli occhi scuri.

“Vi ho fottuti…” pensa.

“Mi è costato parecchio, ma alla fine ce l’ho fatta”.

Sull’orizzonte rosso, giallo e nero, le strutture in lega si piegano alla forza delle fiamme.

“Questo non lo avevate calcolato”, si dice espirando lentamente.

“Non lo credevate possibile. Chi potrebbe essere tanto stupido da fare un’azione dall’interno? vi sarete certamente chiesti, e, nessuno, è stata lo vostra risposta”.

“Be, vi siete sbagliati”.

Il fluire di questi pensieri verso gli occhi di brace viene interrotto da un improvviso movimento alla sua sinistra.

Non si vede nessuno, ma ha troppa esperienza da guerriero per non captare la presenza di un estraneo nel suo perimetro.

Ancora uno spostamento.

Non si muove. Mette la pistola in condizioni di sparare e colpire in qualsiasi angolo.

“Fino a quando resto qui sono al sicuro. Il problema però e come fare ad uscire da questa situazione”.

La pioggia cade incessantemente.

Un’altra esplosione.

Resta immobile cercando di ascoltare tra un ticchettio e l’altro delle gocce che cadono.

Passi pesanti si avvicinano alla sua postazione.

Rimane seduto ma si guarda attorno in cerca di un rifugio o una via di fuga.

“Devo agire in fretta – pensa alzandosi con i sensi tesi – o colpisco o sarà colpito”.

Alle sue spalle un groviglio di macchine non gli permette spazio per l’azione.

“L’unica soluzione è uscire prima che mi trovino”.

La pistola si alza accanto al viso.

Passi sempre più vicini. Un colpo in aria per disorientare l’avversario, poi la fuga verso un altro mucchio di rottami.

Nei pochi secondi che seguono l’azione cerca di scorgere una sagoma nel buio. Nulla.

Fermo dietro il rimorchio di un overcraft ascolta in silenzio. Nessuno ha risposto al suo colpo.

“O è molto ben addestrato, o non è un guerriero” riflette escogitando la mossa successiva.

La disposizione dei rifiuti gli permette di aggirare la zona controllata dal suo avversario.

Si muove. In fretta e in silenzio, per quanto possibile.

Ancora nessun suono estraneo alla pioggia.

Gli innesti sul suo corpo sono stati danneggiati dalla precedente battaglia e dalla caduta.

La droga gli circola ancora in corpo.

D’un tratto lo vede.

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