AB Quartet, il complesso mondo dove i Bemolli sono blu

Scrivere un disco jazz presenta diverse insidie. Da una parte c’è, praticamente, la totale libertà espressiva, sia a livello compositivo sia armonico e melodico. Non per nulla il livello tecnico, teorico e pratico, di moltissimi musicisti jazz è assolutamente elevato.

Dall’altra c’è il baratro dei cliche, del ripetere infinitamente atmosfere, quindi passaggi e suoni, che non aggiungono nulla al genere. Sono diversi gli ‘espedienti’, non in senso negativo, che band e strumentisti mettono sul campo. Contaminazioni, armonie particolari e ricercate, utilizzo di strumenti non convenzionali.

Gli AB Quartet in questo I bemolli sono blu, ne offrono diversi ottenendo un risultato più che interessante. Non si tratta di un lavoro facile, di immediata assimilazione. Tutt’altro. Come i brani non presentano ritmi incalzanti, allo stesso modo l’ascoltatore deve concedersi il giusto tempo per riuscire ad entrare nel disco, a conoscerne i sentieri e gustarne i colori.

La base del progetto discografico, il secondo per la band, sono brani di Debussy rivisitati e corretti. A detta dello stesso gruppo, spesso degli originali non rimangono che degli accenni, dei brevi passaggi. L’intento principale era comporre qualcosa di originale e libero.

Finalità completamente raggiunta. Infatti non è un disco jazz canonico, neppure se accostato al mondo free. Se fosse in ambito rock potrebbe essere definito un prodotto prog. E progressivi sono molti dei brani all’interno dei quali trovano spazio molteplici cambi che sconfinano nei generi più disparati, anche se mai elettrici.

In alcuni frangenti la ‘follia’ o, se si vuole, la libertà espressiva, riporta alla mente i passaggi più improvvisi e folli dei Mr Bungle, seppur stilisticamente lontani, o dello Zappa meno prevedibile. Il territorio esplorato dai quattro artisti è talmente vasto, eterogeneo che è impossibile riuscire a tracciare delle coordinate stilistiche.

Si passa da fraseggi completamente free a melodie più classicamente jazz, come in The Five Notes. L’aspetto migliore del disco è che proprio quando si crede di aver capito la direzione, la musica vira su rotte inattese. Il che è stimolante da una parte, destabilizzante e rende l’ascolto ostico.

Ottima la produzione che rende alla perfezione l’amalgama tra gli strumenti evidenziando ora l’uno ora l’altro e riuscendo ad ottimizzare gli unisono. Impeccabile la padronanza tecnica, che vede anche diversi virtuosismi, e quella armonica.

Non è un disco per tutti. O, meglio, non tutti possono riuscire ad apprezzarne la complessità e le diverse sfaccettature. Purtroppo per poterlo fare si dovrebbe essere in possesso di conoscenze che esulano dal semplice ascolto di moltissimi generi musicali.

L’aspetto più accattivante è proprio riuscire a capire cosa sta accadendo e in quali meandri si sta muovendo la band. Anche per gli addetti ai lavori non è un ascolto semplice. Sono moltissime le volte in cui il cd deve passare nel lettore per poterlo assimilare e, se non capire, almeno riuscire ad intuirne la complessità.

Non è un disco da sottofondo quanto da ascolto vero e proprio. Consigliato a chi non ama la ripetitività ed è in cerca di stimoli uditivi e musicali.

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