Non è solo musica, è un modo di vivere: il metal

Primo appuntamento con una nuova rubrica che cercherà di dare uno spaccato dei movimenti giovanili negli anni ’80

‘Non è solo musica, è uno stile di vita’. Quante volte è stata detta o si è sentito ripetere questa frase? Innumerevoli. E mai frase fu più adeguata per descrivere quelli che potremmo definire come ‘movimenti giovanili’. Non si sta parlando del ’68 e di tutto quello che ne è conseguito. Parliamo di tutti quei fenomeni che hanno raccolto sotto una sola bandiera, o quasi, intere generazioni o parte di esse.

Dai Beat alla psichedelia, dalla scena prog alla new wave, dal movimento skin al metal passando attraverso il punk, il kraut rock e il dark. Non si tratta solo di generi musicali. Ognuno di essi ha attratto sotto la propria bandiera musica, libri, film, opere d’arte, mete di viaggio e chi più ne ha più ne metta. Tutto perché, appunto, non sono semplici generi musicali ma veri e propri modi di intendere e vedere la vita.

Se ascolto Endstufe o i Dead Kennedy fa un’enorme differenza perché mi caratterizza socialmente, politicamente, umanamente. Ascoltare l’uno o l’altro gruppo dice come la penso rispetto alla vita.

Ed è un discorso che vale per tutti i fenomeni giovanili. Spesso non è la semplice voce dei giovani a parlare, ma le loro canzoni, i loro poster, le bandiere, le magliette che indossano, i concerti a cui vanno, i film che vedono, i libri che leggono.

Noi a tutto questo, a questi movimenti, vogliamo dedicare uno spazio, per farli conoscere, per avere anche un riscontro con i nuovi fenomeni giovanili e la nuova cultura dei più piccoli. Siccome nessuno è omniscente, questo spazio non vuole e non può essere esaustivo. Si invitano quindi coloro i quali hanno vissuto i movimenti, a dire la loro al fine di riuscire a costruire un documento il più affidabile possibile.

E visto che in redazione siamo tutti, o quasi, metallari o residui metallari post industriali, è da li che iniziamo.

Per poter parlare di metal come fenomeno culturale giovanile, come per tutti gli altri, si deve obbligatoriamente inquadrare storicamente. Era l’inizio degli anni ’80. la musica, così come la società, arrivava da un periodo piuttosto intenso.

Il decennio precedente in Italia, e non solo, era stato molto duro. Il terrorismo aveva imperversato mettendo a dura prova il sistema. Culturalmente il decennio dei ’70 aveva visto la consacrazione di diversi artisti. Era nato il J27, morto John Bonzo Bonham, batterista di una delle più influenti band del nascente hard rock.

John Lennon era appena stato assassinato, chiudendo un’epoca di attivismo pacifista e politico. Usa e Urss si stavano fronteggiando portando il mondo in piena guerra fredda. Da li a poco sarebbe nato il flagello Aids. Stava iniziando a decadere il fenomeno punk che, pur se nato come gioco, aveva in soli 4 anni spazzato via radicate certezze culturali.

Da una parte anche come risposta a quella che era stata tutta la magniloquenza progressive. Corsi e ricorsi. Il prog era troppo cervellotico, il punk risponde con qualcosa di immediato ed estremamente semplice. Dall’altra parte lo stesso punk diventa la ribellione a quanto di socialmente codificato ci fosse in quel periodo.

I figli dei fiori erano da poco caduti sul pianeta terra alla fine del loro viaggio lisergico liquefacendosi. Insomma un bel fermento quasi in ogni settore sociale. Il metal del 1980 non fu altro che la naturale evoluzione di ciò che c’era prima, si legga per la musica Deep Purple, Black Sabbath, Judas Priest, Lez Zeppelin, Pink Floyd, e una perfetta codifica di quello che avvenne da quel momento in poi.

L’aspetto musicale, soprattutto per i testi, fu la prima chiave di lettura degli sconvolgimenti di quel periodo. Si passa da testi di speranza e libertà, vita vissuta, onirici o criptici dei gruppi rock a racconti raccapriccianti ed apocalittici. Tutto questo nell’arco di un decennio per poi andare a morire (anche se sarebbe meglio dire ‘tornare negli scantinati da cui era nato’) dopo il grunge, negli anni ’90.

Il metal quindi non fu una rivoluzione ma una evoluzione. Fu la perfetta voce, sia per gli aspetti più negativi sia per i più positivi, di quell’epoca. Circa la negatività lezione fu quella dei Judas Priest, accolta, interiorizzata e superata. Il nichilismo punk portato all’estremo così come la velocità di esecuzione, la saturazione dei suoni, il modo di cantare.

Non si deve dimenticare che ad alimentare questo fenomeno c’era la paura della bomba atomica e del’hiv. Insomma, non era difficile intravvedere un no future. Così il metal nichilista fece proprie anche altre espressioni artistiche che andavano in quella direzione. Il cinema in primo luogo. Forse l’apice in questo senso può essere visto ne I guerrieri della notte, di Walter Hill del 1979.

Qui c’è forse il senso vero dell’essere metallaro: un guerriero urbano che lotta per difendere più che se stesso, il proprio mondo e il proprio modo di vivere. Un altro fu Interceptor, 1979, di George Miller, per l’iconografia culminata nel terzo capitolo Oltre la sfera del tuono, seguito da 1997 Fuga da New York di John Carpenter.

Era un film metal in tutto e per tutto. Dalla descrizione del personaggio, un cavaliere solitario duro e puro, misantropo ma pronto a sacrificare se stesso (più o meno visto che nel film è costretto da una bomba inserita nel corpo) per un bene superiore pur se in una società malata e corrotta.

Decine di altre pellicole andarono a rimpolpare l’immaginario del metallaro medio. Alcune furono proprio film di genere, come Morte a 33 giri. La commistione tra musica e cinema thriller, dell’orrore, fu così forte che molti registi scelsero colonne sonore esclusivamente metal per i propri film. Due su tutti: Brivido, di Steven King, colonna sonora degli Ac/Dc e Sotto Shock, di Wes Craven, colonna sonora thrash. Poi i Gremlins con gli Wasp e Young Guns con Bon Jovi. Non bisogna poi dimenticare quella che allora era solo una trilogia, Nightmare.

I film, ma non solo, le citazioni di scrittori all’interno dei testi non si contano, portarono con sé l’interesse per i libri. Steven King divenne un classico per i metallari, affiancato dal misconosciuto H.P. Lovecraft, così come lo diventò un certo filone della fantascienza, il neonato cyberpunk.

Ancora, non mancò neppure l’adozione dei fumetti tra la cultura metal. In Italia il più gettonato, ma non per questo esclusivo, fu certo Dylan Dog e il suo mondo dell’incubo che vide i natali proprio in quegli anni.

Pur se ci si sposta fuori da questo universo, le tematiche nichiliste restano evidenziando una più forte critica alla società vista come decadente, destinata all’autodistruzione e ad un repentino peggioramento. Ma non c’è solo il buio, nel metal. Ci sono anche feste, festini, macchine veloci, ragazze formose, droga e moto.

Si parla dell’hard rock o air metal. Qui la morte e la distruzione lasciano il posto ad un mondo fatto di ragazze facili, lunghe corse in auto, il vento tra i capelli, la descrizione della vita on the road, il tramonto e il Messico. Anche alcuni dei più cattivi si ispirano comunque a questo universo, si legga Wasp.

Ma non è finita. Anche per l’hard rock non erano tutti lustrini, capelli cotonati e fusò. A dirlo, diventando vessillo di miriadi di giovani, furono i gruppi street. Questi raccontavano la dura vita di strada, appunto, costellata di alcool, droga e guai di vario genere.

Così come per il thrash e lo speed metal è il mondo dei film e dei libri dell’orrore a farla da padrone, per parte dell’hard rock si apre uno spiraglio verso la direzione della college music. Miriadi di band scrivono canzoni o fanno video ispirandosi al mondo adolescenziale.

Anche in questo caso alla musica si affianca l’universo visivo e cinematografico che vede il proliferare del filone college e dei film generazionali. Tutto va nell’enorme calderone della cultura metal del momento. Resta poi molto attivo quello che potremmo definire come l’iconografia classica del metal fatta di guerrieri con enormi spadoni, asce bipenne, muscoli e razzie (il mondo epico dei Manowar) che continua indisturbato per la propria strada facendo proselitismo.

Non tantissimo, ma quanto basta a non farlo scomparire come genere. Pure in questo caso letteratura e film hanno fatto la propria parte, il Signore degli anelli su tutti, ovviamente si parla del libro. Tuttavia il metal non è un genere chiuso su se stesso. Alla fine degli anni ’80, inizio ’90, non mancano tentativi e progetti di contaminazione con altri generi.

Sforzi culminati nella nascita dei Korn e degli Slipknot e che hanno visto in Mordred, Bad Seed, Livin Color, e decine di altre band i loro natali. Tutto questo fino al primo lustro degli anni ’90. Fino, cioè, alla nascita del grunge.

Nevermind, Ten, Ultramega ok, Man in a box, hanno messo a durissima prova la resistenza del metal che se, in un primo momento, ha cercato di combattere, in un secondo ha tentato di inglobare, senza successo, il nuovo fenomeno al suo interno.

I gruppi grunge non ci sono stati. Si sono aperti una strada tutta loro creando il primo step che avrebbe fermato il metal da li a pochi anni. Sono state molto poche le band metal che si sono sapute reinventare ed adeguare ad una società che ha cambiato voce, che non si vede più rappresentata dai testi e dalle sonorità del rock.

Chi ha seguito il metal in queste fasi non lo ha fatto solo perché gli piacevano i suoni o c’erano belle canzoni. Lo ha fatto perché ne ha condiviso l’idea di base. Al di là del bisogno di appartenenza tipico dell’adolescenza, è stato proprio il volersi sentire non uniformato, il voler urlare la propria ribellione, in maniera punk, contro un sistema che tendeva a schiacciare e massificare.

Non dimentichiamo che accanto al metallaro esisteva un mondo perfettamente contrapposto che seguiva mode e griff.

Quindi, essere metallaro, non voleva dire solo ascoltare un determinato tipo di musica ma sposare una filosofia di vita che diceva di essere se stessi al di là delle imposizioni sociali, del pensiero dominante, delle convenzioni. Voleva dire anche essere solidali, senza giudicare niente e nessuno. Rispetto era la parola d’ordine.

E altro non poteva essere. Se si vuole rispetto, si deve dare rispetto. Per quanto riguarda l’aspetto politico, non è mai stato particolarmente incisivo nel movimento. Non che non esistessero metallari e gruppi di destra o di sinistra, ma quello che ha sempre contato di più è sempre stata la musica. Idem per l’aspetto spirituale.

Vero è che c’erano e ci sono band e singoli artisti apertamente satanisti, ma questo non ha mai fermato nessuno, o quasi, dall’ascoltarli. Un’altra caratteristica del metal è stato il meticciato ideologico e di razza. Se qualcuno volesse fare una cernite in tal senso resterebbero davvero poche band. Idem per quanto riguarda la libertà sessuale, non inteso solo come promiscuità ma anche come omosessualità.

Molti sono gli elementi, se non intere band, apertamente omosessuali, ma non per questo discriminati. Probabilmente la parola che meglio descrive il metallaro, oltre a rispetto, è libertà. Di pensiero, di azione e di espressione. E questo non è solo musica. È, appunto, un modo di vedere e intendere la vita.

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