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Scrivere testi in italiano, pro e contro? Ovvero, delle recensioni

Editoriale

Capita spesso che arrivino in redazione diversi dischi con testi in italiano, da recensire. Altrettanto spesso accade che a recensione effettuata gli artisti o aspiranti tali si offendano perché il punto debole dei loro lavori sono proprio le parole.

Tantissimi sono lavori egregi dal punto di vista strumentale. Poi arrivano i testi e tutto cambia, in peggio.

Consapevolmente o meno, chi decide di cimentarsi con il cantato in italiano, inevitabilmente, viene a confrontarsi con un mare magnum di autori decisamente preparati. Senza scomodare grandissimi nomi, De Gregori, Dalla o arrivare a Mogol, parolieri più giovani, si legga Capossela, Silvestri, Cremonini, Britti, Mannarino mostrano la preparazione necessaria per scrivere un buon testo. Il discorso non riguarda i concetti in sé quanto le modalità in cui sono espressi e contestualizzati. Cantare, anche storie semplici, non è facile. Cadere nel banale è un attimo. Una parola fuori posto, una virgola in più (e non è un esempio metaforico) e tutto cambia.

L’accortezza riguarda sia il vocabolario sia la metrica. Un ottimo esempio, positivo, in questo senso è Lorenzo Baglioni che ha scritto grandi testi su argomenti ora comuni, ora ‘banali’, ora ostici come i verbi, la fisica, la biologia. Si veda, tra tutti, il testo de Il congiuntivo. Chiaro, accattivante, perfetto. Ma ammettiamo che gli aspiranti cantautori abbiano anch’essi dei testi perfetti, emozionanti, pregni di significato o vessilli di puro divertimento. Si presenta un altro scoglio troppe volte sottovalutato, l’originalità del cantato e l’adeguatezza della voce al genere proposto.

‘Ho un testo splendido, che emoziona, come lo canto? Sono un fan di tizio, lo imito? O imito caio che mi piace lo stesso anche se un po’ meno?’ La domanda che non arriva quando dovrebbe è: ma se faccio il verso a tizio o caio, la mia canzone non diventa una loro brutta copia? Non si banalizza? Purtroppo la risposta è si. Certo, non è facile trovare una propria modalità espressiva, come non è facile fare il cantautore. Eppure c’è chi ci riesce. I Negrita quando nacquero avevano un evidente debito con i Rolling Stones eppure sono riusciti a trovare una strada personale e identificabile. Ci è voluto del tempo, ma ci sono riusciti. Oggi basta una sola parola cantata da Pau che subito si riconosce la band.

L’argomento testi si fa ancor più arduo se ci si sposta sul versante rap. Qui è un ecatombe. Cloni dei cloni si sprecano, senza contare il contenuto delle liriche che troppe volte tocca tematiche artefatte, poco vissute, evidentemente fasulle. Non va poi lasciata indietro la ricerca linguistica che nel genere è fondamentale. Gli esempi, anche in questa direzione, sono innumerevoli. Su tutti spiccano Frankie Hi Nrg e Caparezza, tra gli storici (tra i contemporanei è un po’ più difficile riuscire a fare una selezione. Possiamo citare gli Assalti Frontali).

Ogni parola, ogni verbo, avverbio, aggettivo da essi utilizzato è studiato, valutato, pesato e poi inserito nel brano in composizione per essere riletto e rivalutato nel contesto. Non basta pensare di avere delle cose da dire per essere artisti e quindi mettersi ad incidere dischi o fare mostre o pubblicare poesie. Uno sfogo umano che si esprime attraverso una poesia, un quadro o altra modalità definita artistica, non necessariamente è artistico o degno di nota. Pur eliminando la tecnica, per molti inutile, sono comunque innumerevoli i fattori che determinano l’artisticità di una produzione. Alle volte, questa, è solo uno sfogo, appunto.

Probabilmente troppe volte viene scambiata per ‘ispirazione’. Prima di decidere di pubblicare un brano sarebbe buona cosa porsi alcune domande: è davvero interessante quello che sto dicendo o è solo uno sfogo, appunto? Se è davvero così interessante, lo sto esprimendo nel modo migliore? Riesco a trasmettere quello che voglio? Le emozioni, amore, paura, rabbia, tristezza, passano all’ascoltatore? Traspare esattamente quello che voglio dire? Il genere che ho scelto è quello migliore per i miei testi? Se la risposta è no, c’è qualche problema. Ancora, essere del tutto originali è quasi impossibile, sono almeno personale? Alla luce delle risposte si può decidere se incidere o meno un determinato brano o cd.

Un’altra cosa che troppo spesso manca è l’ascolto sulla distanza. Sarebbe a dire riascoltare il proprio materiale dopo un periodo di non ascolto. Se ciò accadesse molti autori, tante band, si accorgerebbero come quello che hanno prodotto non è altro che la brutta copia di qualcosa di già esistente. Ergo gli autori non aggiungono nulla al panorama musicale rischiando, anzi, di perdersi nel mazzo e vedere vanificati i propri sforzi.

Resta ancora un quesito cui dare una risposta, forse la più ostica.

Tutto questo chi lo dice? Chi si sente così ‘autorevole’ da poter asserire tutto ciò?

La risposta è: il recensore. È il recensore del giornale o della webzine, della radio, del canale tv cui è stato inviato il materiale che dovrebbe fare tutta la su citata analisi. ‘Ma chi è costui e perché dovrebbe avere più credibilità di mio cugino super appassionato di musica e che mi ha detto che sono un genio?’, ci si potrebbe domandare. Ecco la spiegazione.

Costui dovrebbe essere una persona che ha studiato il campo in cui si cimenta, che ha alle spalle anni e anni di ascolti di tutti i tipi, anni e anni di concerti di ogni genere e di qualsiasi artista, dal cantante mainstream a quello underground non dimenticando le serate in cui ha suonato la band del suo vicino di casa, dal crust all’elettronica passando per la musica italiana con virate su lirica e classica. È una persona che suona o ha suonato, registrato, pubblicato brani, a loro volta recensiti.

Dovrebbe essere un vorace lettore in modo da capire i riferimenti all’interno delle liriche e non solo. Così come dovrebbe essere un cinefilo. In ultima istanza, conditio sine qua non ma non per questo sufficiente, un appassionato di musica. Soprattutto dovrebbe essere una persona in grado di offrire punti di vista non distruttivi ma costruttivi. Ogni qual volta un autore legge di qualche carenza nel proprio lavoro non è per demolire. È una segnalazione per il prossimo materiale. Anche i più grandi nomi possono fare dischi discutibili o decisamente brutti (Van Halen 3 ne è un esempio), perché questo non dovrebbe accadere a chi sta crescendo artisticamente e stilisticamente?

Allo stesso modo chi invia materiale per avere un punto di vista non può aspettarsi che si urli al miracolo. Come non ci si può aspettare semplice pubblicità gratuita del proprio lavoro. Se è questa che si cerca, esistono canali, ahimè non gratuiti, dedicati che non sono nè le recensioni nè le interviste.

In conclusione, decidere di pubblicare un brano o un cd e inviarlo ad un giornale per una recensione, presuppone una predisposizione d’animo che sia capace di accogliere punti di vista differenti dal proprio. Punti di vista che non hanno nulla di personale con l’autore dei brani.

Se ci si presenta al panorama artistico, nel senso più ampio del termine, si offre inevitabilmente il fianco a punti di vista diversi sulla validità del proprio lavoro. Se non si è pronti ad affrontare questo confronto, meglio far ascoltare le canzoni alla propria famiglia e tutt’al più agli amici.

Allo stesso modo, recensire un disco deve prevedere un distacco da quelli che sono i propri gusti musicali personali per cercare di effettuare un’analisi il più oggettiva possibile (il più oggettiva possibile non equivale a dire perfettamente oggettiva in quanto tutti abbiamo un genere prediletto e dei parametri personali di evoluzione di tale genere).

Va sempre ricordato che una cosa sono i gusti personali, indiscutibili, e un’altra la qualità di ciò che si ascolta. Richiedere e fare recensioni significa remare nella stessa direzione, ovverosia, la crescita artistica e stilistica degli autori. Questo deve sempre essere ricordato da entrambe le parti.

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