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Alberto La Neve, Edward Hopper in note

Recensione a cura di Carmine Rubicco

Quello di Alberto La Neve, Night Windows, è un progetto ambizioso, sperimentale e pericoloso. Tentare di, o volere, trasporre in musica opere pittoriche. Per la precisione il nostro si rivolge ad un autore per nulla semplice, Edward Hopper, cantore di umana solitudine.

Per nulla semplice è il risultato che ne è scaturito di jazz sperimentale. Se si volesse sintetizzare, si potrebbe dire bersaglio centrato per La Neve. E qui la descrizione del disco diventa delicata. Essendo le emozioni che l’arte, in generale, trasmette, soggettive, il bersaglio è stato centrato dall’autore e lo è per chi ha la sua stessa visione della corrispondenza tra note e tratti di pennello.

Per qualcun altro, invece, potrebbe trattarsi di un tentativo ben riuscito ma non perfetto. Fatto sta che il disco di La Neve appare effettivamente la trasposizione in musica di Hopper e della sua lettura della solitudine umana. Per meglio trasmettere le sensazioni il nostro si è avvalso di uno strumento solo, il sax.

Niente batteria, niente basso, niente pianoforte o chitarra. Solo sassofono e looper machine. Se già il sax è di per sé malinconico, con le note lunghe e i delay trasporta in un’atmosfera assolutamente impalpabile e, allo stesso tempo, intima. È per questo che non si tratta di un disco che può essere ascoltato con superficialità.

Le prime quattro o cinque volte va ascoltato cercando di capire come calza addosso alle proprie sensazioni più profonde. Un po’ come un paio di scarpe nuove, ci si deve camminare dentro qualche giorno prima di sentirsele bene addosso. Devono prendere forma, assecondare il nostro passo, non dobbiamo accorgerci di averle ai piedi o se le sentiamo le sentiamo come un paio di vecchie amiche. Questo Night Windows.

Inizialmente magari dà leggermente fastidio, sembra ‘duro’, poco elastico. Di ascolto in ascolto invece veleggia nella nostra anima come se ne conoscesse già anfratti e recessi. Davvero notevole l’apporto di Fabiana Dota in Room in Brooklyn. La sua voce, i suoi vocalizzi, il suo utilizzo donano una firma mediterranea alla composizione. Un colpo di scena inatteso e per questo ben accetto e coinvolgente.

Allo stesso modo coglie di sorpresa il fugace ma efficace omaggio a Vangelis in Automat.

In conclusione quello di Alberto la Neve può dirsi un esperimento pienamente riuscito, un disco perfetto secondo lo scopo per cui è nato. Sarà poi ognuno ad assegnarli il proprio personale grado di perfezione o di imperfezione. Fatto sta che non averlo in discoteca sarebbe un vero peccato.

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