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Interweave, il wonderland di Gimlii. Follow the white rabbit

recensione a cura di Carmine Rubicco

Per dare un’idea di Interweave, prima fatica di Gimlii, alter ego di Lilia, artista abruzzese già autrice di due dischi di diverso genere, si potrebbe pensare ad un Alice nel paese delle meraviglie scritto dai Sigur Ros più elettronici e sperimentali. Questo a grandi linee. Infatti all’interno delle otto canzoni di Interweave si possono trovare tracce di jungle così come richiami ‘distratti’ ai Joy Division, per ritmiche e suoni, accostati a monenti totalmente electro ambient. E come la favola di Carroll anche quello di Gimlii è un viaggio, un itinerario interiore dove a far da nocchieri sono ritmi ora più ‘incalzanti’, virgolette d’obbligo dominando il mid e il down tempo in tutto il disco, ora melliflui e riflessivi. L’atmosfera stessa è quella di un percorso onirico in ambienti della propria anima che lentamente si disvelano nella loro interezza. Essendo stato studiato come un concept, per stessa ammissione dell’autrice, non è possibile, e sarebbe fuorviante e iniquo, segnalare una traccia ad un’altra. Il consiglio è quello di ascoltarlo, almeno per le prime volte, tutto d’un fiato. Ottimi produzione e mixaggio che danno la giusta profondità e il giusto spessore a suoni sempre puliti ottimanente amalgamati. Un plauso va alla voce della protagonista, mai fuori luogo, eccessiva, o fine a se stessa, anzi. Spesse volte si pone come supporto piuttosto che come strumento principale, il tutto al servizio del brano in esecuzione e della sue atmosfere.
In conclusione un ottimo lavoro questo di Gimlii, poco etichettabile, al di fuori della formula espressiva, e per questo trasversale. Può piacere sia a chi mastica il genere sia a chi cerca sonorità più morbide ma non stucchevoli, ambient ma non già sentite. Un disco notturno per gli echi e i delay, da viaggio in auto verso mete sconosciute, ma anche da relax abbandonati sul divano dopo un’intensa giornata chiusa con le cuffie e un buon bicchiere di vino.

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