La musica della porta accanto

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“Il cantautore ha il compito di dare qualcosa in più a chi ascolta”, parola di Carlo Valente

Intervista raccolta da Carmine Rubicco

Idee chiare e una proposta musicale che si può tranquillamente inserire nel cantautorato di qualità. Testi impegnati ma non di difficile assimilazione, un risultato non semplice soprattutto per un artista di giovane età. Ciò che meglio definisce il suo approccio musicale è una sua dichiarazione: ‘Per me il cantautore è colui che media tra l’informazione giornalistica e la bellezza armonica, ha il compito di dare qualcosa in più a chi ci ascolta‘.  Questo è Carlo Valente.

1. Partiamo subito in medias res, il tuo stile. Ascoltando Tra l’altro ciò che balza subito all’orecchio è la ‘personalizzazione’ dei brani. Ossia, pur ispirandoti, come dici nella tua biografia, ai grandi cantautori nostrani non domina nessuna influenza, il che è cosa rara in un cantautore molto giovane. Un caso, una scelta o semplicemente il tuo modo di esprimerti?

Ti ringrazio anche perché me ne hanno dette di tutti i colori: ricordi il primo Capossela, canti come Rino Gaetano, mi hai fatto pensare a Pino Daniele, sei tutto de Gregori… Ne ho sentite parecchie ma ho sempre risposto con un sorriso, anzi a chi riscontrava queste somiglianze spesso ho risposto con un brano del cantautore in questione. Abbiamo una pesantissima eredità ma credo sia un periodo storico molto importante per noi cantautori, stiamo tornando e siamo davvero carichi. La canzone d’autore italiana non è morta, anzi è di altissima qualità, basta saperla cercare. Come? Paradossalmente spegnendo la radio e andando nei piccoli locali di provincia. Tornando alla domanda: non ho cercato l’originalità, è il mio modo di esprimermi, è naturale, anche se è ovvio che ho nelle orecchie certi ascolti e lì dove ho potuto “rubare”, ho “rubato” per bene.

2. Da piccolo hai deciso di fare il cantautore, perché? Dal tuo punto di vista la società attuale ha ancora bisogno di cantautori?

Credo che la domanda da porsi è se questa società vuole o addirittura merita i cantautori. C’è ancora chi fa ricerca, chi lancia un’idea, chi scrive canzoni stupende, forse anche più belle di quelle del passato, ma dato che oggi è tutto a portata di mano e il consumo della musica è diventato ‘fastfoodiano’ (passatemi il termine), nessuno riesce più a fermarsi di fronte a una bella canzone e ascoltarla davvero.

3. I tuoi testi sono tutti impegnati, vuoi nel sociale, vuoi nell’esprimere stati d’animo. Secondo te il cantautore ha delle responsabilità sociali?

Il cantautore senza responsabilità sociali cos’è? Io non riesco a distaccarmi dall’immagine del cantautore impegnato, ma non nel senso politico del termine. Per me il cantautore è colui che media tra l’informazione giornalistica e la bellezza armonica, ha il compito di dare qualcosa in più a chi ci ascolta. Non siamo solo degli intrattenitori, abbiamo il compito di stimolare il pubblico, di farlo ragionare, farlo ripensare, dobbiamo arrivare a toccare le parti più delicate della sensibilità umana. Poi, ok, ogni tanto si può cazzeggiare. Ora qualcuno penserà: ecco il solito cantautore sfigato e idealista… Non voglio esagerare, dico solo che bisogna raccontare i giorni nostri e cosa sta accadendo in questo periodo storico. Ripeto: ci sono cantautori che oggi lo fanno benissimo.

4. Come nasce un tuo brano, cioè, come fai a trasformare un fatto, un evento, vissuto o letto, in testo? Riferimento particolare va alla canzone che dà il titolo al disco.

Ogni canzone ha il suo modo di essere scritta. Ad esempio “Crociera maraviglia “, il quarto pezzo dell’album, è nata da un mood, un riff che facevo con la chitarra e che mi ricordava le onde del mare. Allora mi sono trovato a pensare a questi poveri ragazzi che partono dal nord Africa e nella maggior parte dei casi non arrivano a toccare terra. Sono andato in Feltrinelli ed ho comprato tre libri sull’argomento, mi sono informato, ho letto le loro storie e in una settimana ho scritto “Crociera meraviglia”. Credo che per scrivere occorre ricercare e sapere. Molti parlano e scrivono di temi che nemmeno conoscono, così si danno alla retorica che è una cosa che uccide e offende il nostro mestiere. Per parlare di una cosa o di un’emozione devi conoscerla bene, devi sbatterci il muso. “Tra l’altro”, il brano che ho voluto dedicare a Federico Aldrovandi, l’ho scritta in momento di rabbia incredibile e credo sia la più bella che abbia scritto.

5. Cosa manca e cosa resta nella scena musicale italiana e in quella cantautorale in particolare?

Resta tanta bravura, figlia di una generazione disastrosa e disastrata. Penso alle Luci della centrale elettrica, Lo stato sociale, Giovanni Truppi, cantautore incredibile, solo per dirne alcuni. Roba fortissima, gente che di questi tempi scrive e canta belle canzoni e parla di questa generazione di merda in una maniera impeccabile. Poi c’è anche tanta roba che non mi piace e non serve, quella che passa spesso in radio e in TV, ma non solo.

6. Quando scrivi hai già in mente un pubblico di riferimento?

Assolutamente no. Anzi più è vasto meglio è. Trovo che anche il pop, soprattutto un pop fatto bene possa aiutare a salvare il mondo. In realtà a me piacerebbe scrivere belle canzoni pop, ma non riesco a far canzoni se non ci metto dentro la politica o i temi sociali. A volte credo che sia anche un limite.

7. Scrivere per te è un’urgenza interiore o semplicemente una forma espressiva?

Credo sia una via di mezzo tra le due. L’ideale? Contenuto forte e forma impeccabile.

8. Che cosa ami di più e cosa di meno di questo lavoro?

Amo il sudore che cade sul microfono ogni volta che canto, l’impegno e il divertimento che si tramuta in stanchezza subito dopo un concerto, il vuoto che ti lascia dentro, come se avessi detto tutto e lasciato tutto lì su quel palco. Non amo chi va a cantare gratis o chi spende tanti, troppi soldi solo per “farsi conoscere dal grande pubblico” (parlo dei talent ma non solo). Ma poi chi è sto grande pubblico e, soprattutto, quanto è affidabile?.

9. Qual è il ricordo più bello della tua esperienza musicale? E quello meno bello?

I ricordi più belli sono due: il primo quando ho diviso il palco con Francesco De Gregori, in un locale romano, e il secondo quando cantai a Piazza del Popolo per la Fiom nel 2013. A seguire tutte le serate dietro le serrande chiuse del bar del mio paese dalle 2 di notte in poi. Le esperienze brutte le ho rimosse, in compenso ho fatto tante figure di merda che ricordo…

10. Cosa ti piace di più dei live e quale ‘formula’ preferisci, il piccolo pub o un posto più grande?

Mi trovo bene ovunque, sopratutto dove c’è un contatto diretto col pubblico. Ogni situazione cerco di renderla mia e sopratutto cerco sempre di predisporre il pubblico all’ascolto.

11. In che contesto di ascolto pensi possa essere meglio apprezzata la tua musica, ascoltata in cuffia, privatamente o in un momento diverso?

Ognuno troverà il modo migliore per ascoltare la mia musica, ognuno innesca un certo tipo di confidenza con i diversi brani del disco, come del resto succede con tutte le canzoni del mondo. Magari lo stesso pezzo qualcuno lo ascolta a letto sdraiato con le cuffie per farsi un bel pianto, qualcun altro magari lo vuole a tutto volume nelle casse di un furgone durante una manifestazione per darsi forza e cantare ancora più forte (in questo caso parlo di “Tra l’altro”). Comunque ognuno le canzoni se la vive a modo suo.

12. Canonica domanda di chiusura, progetti nell’immediato futuro e a lungo termine

Un bel tour in giro per l’Italia, cantare ovunque con la mia band ma anche con i miei amici cantautori romani e non, condividere palchi e fare squadra. La squadra è fondamentale.

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