Point Break, banalizzare l’imbanalizzabile

Recensione a cura di Carmine Rubicco

Sembra un paradosso eppure Ericson Core c’è riuscito. I remake devono avere un senso, un motivo d’essere, se no restano delle operazioni fatte a casaccio. È il caso di Point Break, film del 1991 di Kathryn Bigelow con Keanu Reeves e Patrick Swayze. Di quel film restano solo il titolo e lo spunto narrativo che offre la scusa per mirabolanti riprese di sport estremi. Nulla di più. Di tutto ciò che l’originale costruiva tra i personaggi, neppure l’ombra. La lotta interiore e il dramma del poliziotto che lentamente passa al lato oscuro, nessuna traccia. Così come del rapporto tra questo e i membri della banda o tra gli agenti incaricati di indagare. Stessa solfa per la forza narrativa. Inconsistente e inesistente. All’uscita dal cinema non rimane molto. Per puro spirito di confronto il Point Break 2015 non regge neppure a paragone si pellicole similari come XXX. Core rende tutto privo di contenuto, di senso e di tensione. A questo punto la domanda sorge spontanea, perché? Perché sprecare risorse, attori, mezzi e soldi per una pellicola del genere? Non bastano gesti atletici decisamente mozzafiato per sorreggere una struttura completamente vuota. Una pellicola che non ha nessun appiglio per essere ricordata neppure come pessimo film. Il lungometraggio su Dylan Dog resterà negli annali come uno dei peggiori film del secolo, ad esempio, Point Break no. Ha talmente poca consistenza che neppure definirlo brutto è vale la pena.

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