A Serbian Film, quando la realtà che supera la fantasia diventa un lungometraggio

testo a cura di Carmine Rubicco

È possibile nel 2015 esistano film banditi da intere nazioni, assolutamente vietati in altre, inammissibili in altre ancora?

Parrebbe di si. Il cinema, da quello surrealista in avanti in maniera massiva, ha abituato ad eccessi di ogni genere.

Molte volte è stato sufficiente affibbiare l’etichetta “horror” per giustificare qualsiasi tipo di nefandezza e violenza. Con la trilogia di Deodato sul cannibalismo si erano già raggiunti livelli decisamente alti. Ma non è bastato.

Diversi anni dopo in un crescendo inarrestabile, ci hanno pensato i giapponesi con la serie dedicata a Ichi the killer, cui tanto deve Quentin Tarantino, ad alzare ancor più l’asticella e la soglia della sofferenza. Ma le efferatezze giapponesi non sono state sufficienti, anche se hanno portato la pellicola a ricevere diversi riconoscimenti tra cui quello per i migliori effetti speciali. Non si può poi non citare il seguitissimo Hostel, il primo quanto meno, che quanto a scene raccapriccianti non era secondo a nessuno. Eppure qualcosa ancora non soddisfaceva, tanto sangue ma non la sofferenza che si desiderava. Ancora non c’era scalpore.

Arriva il 2008 con Martyrs. Qui il gioco, già di per sé cruento e sanguinario, si fa ancora più duro tanto da “costringere” diverse persone a manifestare perché il film non venisse proiettato nelle sale cinematografiche. Nonostante la decisamente provante visione di Martyrs, i racconti “horror” non sono finiti. In tutto questo non possono essere dimenticati gli illegali snuff movie che comunque si trovano ad avere un proprio mercato.

Eppure c’è qualcosa che è andata oltre gli stessi snuff. Si tratta di una pellicola serba, A Serbian Film (Srpski Film) film del 2010 diretto da Srđan Spasojević.

La trama di per sé non è molto intricata, molto peggio Ichi the killer. Quello che lascia sconcertati, e non poco, è la violenza espressa nel film.

Per tutti i precedenti, anche per i più crudi, esisteva in ogni caso un filtro, un velo “morale” oltre il quale anche i registi e gli sceneggiatori più audaci non si sono sentiti di andare, e di efferatezze se ne sono viste a bizzeffe. Ove eccessiva la violenza è stata trasformata in parodia di se stessa. Ebbene, nel film serbo, questo velo viene squarciato, dilaniato, completamente disintegrato per lasciare lo spettatore di fronte alla violenza così com’è. Insensata, inutile, feroce, abominevole, “vera”.

Sin dall’uscita, il film ha fatto scalpore e si è attirato molte critiche per la sue efferata descrizione di stupri, atti di necrofilia, e abusi sessuali su minori. Il governo serbo aprì un’indagine ufficiale circa la pellicola per reati contro la morale comune.

Il film è stato bandito in Spagna, Portogallo, Francia, Australia, Nuova Zelanda, Malesia, e Singapore, rifiutato in Norvegia, tagliato di circa 19 minuti al montaggio negli Stati Uniti causa censura, e temporaneamente messo al bando in Brasile dove una decisione finale sul film deve essere ancora presa. Non è certo una visione consigliabile.

Il dilemma tuttavia è un altro. Che cosa vuole rappresentare il film? È “arte”, tenendo fermo il concetto di arte come provocazione e dissacrazione? E’ provocazione fine a se stessa? Che cos’è?

Il regista ha “difeso” le proprie posizioni dicendo che il lungometraggio vuole rappresentare senza veli quello che il popolo serbo ha dovuto subire a causa della guerra. Tenendo buono questo punto di vista viene in ogni caso difficile riuscire a digerire la morbosità e la cattiveria proposte. Molto probabilmente a causa dei paletti morali e di coscienza che ognuno porta con sé. Il cervello pensa: non può essere, l’uomo non può arrivare a tanto, di certo a questo punto si fermerà…. Eppure il regista sembra dire il contrario. Non solo l’uomo può arrivare a tanto ma può andare anche oltre, sembra urlare il film.

Sempre il regista ha commentato che per far capire determinate cose, determinati abusi che durante la guerra sono stati commessi, è necessario un linguaggio di tal fatta, forte, cruento, spietato. E la domanda si fa ancora più necessaria e urgente: davvero la società è arrivata ad una tale abitudine ad atti di violenza che se non sono di un livello inimmaginabile non si sconvolge più? Davvero  è talmente abituata ad atti cruenti che sono diventati atti di normale amministrazione? Davvero lo schiaffo che i genitori tiravano ai figli in occasioni delle esecuzioni capitali ha raggiunto una violenza tale da dover essere dato non più solo con la mano ma con una mazza ferrata? Eppure, a conti fatti, così parrebbe. Una via decisamente pericolosa e discutibile che porta con sé conseguenze forse non esattamente trascurabili.

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