La musica? Una questione di “peli” e carri di buoi

Testo a cura di Carmine Rubicco

Che quella definibile “saggezza popolare” possa avere basi concrete, è ammissibile. Diverso è quando questa “saggezza” viene presa a regola, matematizzata e lanciata come amo a sancirne l’eterna validità.

Nello specifico il detto di riferimento è un proverbio che mette sullo stesso piano “peli” e carri di buoi.

Forse “peli” non ce ne sono molti surclassati da rotondità, ma il concetto non cambia. Lo spunto per queste righe lo ha dato un articolo comparso su un noto periodico di moda che mette in evidenza come le star pop, le donne del pop, si stiano scoprendo sempre più.

Da JLo a Rihanna e Shakira senza dimenticare Miley Cyrus. E non sono “nudità” di poco conto. Anzi, contano moltissimo. Contano milioni di visualizzazioni su youtube. Di cose del genere il pop è pieno, ma le star si stanno spingendo oltre. Vere e proprie battaglie e colpi di fondoschiena per la “gioia” di milioni di utenti. E la musica in tutto ciò che cosa c’entra? Nulla. I brani a supporto dei video sono inconsistenti e scialbi, ma poco conta. Che la crisi del rock in quanto ad originalità possa essere decisamente profonda è dato di fatto, ma forse il pop “voltando le spalle” sta decretando il proprio funerale conscio dei propri limiti e del fatto che il solo modo per andare avanti è questo.

Inutile andare a risvegliare la mai sopita diatriba tra i due generi. I gusti non si discutono. Si può tuttavia discutere la validità artistica delle proposte. All’occhio di ascoltatori mediocri e forse poco esigenti la musica può essere solo un passatempo, un prodotto usa e getta e in quanto tale pubblicizzato nella maniera più conveniente. E tutte quelle persone che si impegnano, che studiano che cercano di esprimersi, che fine fanno? Sotterrati da un colpo d’anca di Nicki Minaj? Questo è il pubblico di oggi cui gli artisti si rivolgono?

Probabilmente è un bene che il rock sia ancora un “fatto da cantina” da garage. È un bene che le band sudino in sale prova minuscole e poco confortevoli. È un bene perché almeno qualche accordo decente ne esce. Resta tuttavia una domanda irrisolta, che coinvolge un aspetto per molti fondamentale della carriera cui praticamente tutte le band ambiscono: la fama. Ma davvero vale la pena diventare gli idoli di gente che preferisce seguire un paio di gambe piuttosto che l’evoluzione artistica di un gruppo o di un solista? Davvero è meglio essere l’ennesimo prodotto circondato da una copertina iperallettante ma che al proprio interno può nascondere anche il nulla più assoluto che tanto poco cambia? O forse è preferibile suonare ciò che si sente davvero dentro, che urla per uscire e una volta fuori può venire apprezzato davvero? Il nome sulla bocca di tutti è fama o aria priva di significato? Il rock potrà anche essere morto e potrà essersi commercializzato, ma resta sempre e comunque, quello vero, una scelta di vita ben precisa.

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