“I giovani non hanno un ruolo sociale perchè nessuno valorizza le loro energie e le loro capacità”, dice Davide Tosco

Intervista raccolta da Carmine Rubicco

Non si ferma Davide Tosco. Non si ferma nel rappresentare e presentare la società attuale attraverso dei protagonisti di oggi che saranno anche quelli di domani, i giovani. Con il suo ultimo programma andato in oda sulla Rai, Smile, ha dato uno spaccato scomodo e provocatorio del mondo giovanile, della solitudine, non solo fisica che lo circonda, mettendo gli adulti di fonte a non poche responsabilità. In questa intervista e Tempi Dispari racconta da dove nasce il suo interesse per questo aspetto dell’informazione e dove sta andando.

Qual è la domanda che porta all’ideazione di progetti come i suoi?

In primo luogo mi chiedo: Può servire a qualcosa? Ovvero posso costruire un servizio, non parlo di servizio giornalistico ma di un offerta, che stimoli la riflessione? Il senso è dato dal presentare una tema, anche complesso, che permetta al pubblico di farsi delle domande, possibilmente spostando la percezione verso una disponibilità alla comprensione di punti di vista diversi dai propri. Le nostre difficoltà maggiori, come pubblico, sono comprendere e accogliere le diversità, mettere in discussione le nostre opinioni, in fondo siamo poco aperti e poco curiosi. I giovani in questo senso hanno una maggiore disponibilità e un senso più aperto a recepire molteplicità di voci e opinioni. Direi che possiedono potenzialmente un senso critico più sviluppato ma paradossalmente esistono per loro meno programmi dedicati. Di fatto è un pubblico che quasi non esiste per le emittenti tradizionali e come conseguenza si informano e fuiscono contenuti altrove.

La risposta a questa domanda per chi è, per chi usufruirà del frutto del suo lavoro o per chi lo ha pensato?

Per entrambe direi. Ma è anche una risposta per gli editori e ai creatori di contenuti. Come autore credo sia importante agire su un territorio di creatività e consapevolezza che risponda al proprio piacere ma che non dimentichi di essere al servizio di un pubblico. Uso la parola servizio perchè credo nella responsabilità di chi ha il compito di fornire informazioni, che sono poi narrazioni a tutti gli effetti. Tutto è, come sappiamo, educativo, che sia un programma di intrattenimento, un inserto giornalistico o un cartone animato, in qualche modo contribuisce a formare chi siamo, cosa pensiamo, come ci relazioniamo con noi stessi e con gli altri.

Dalla sua lunga esperienza in questo ambito anche in nazioni e contesti diversi, c’è una risposta?

Se per risposta si intende un riscontro numerico di fruitori questo dipende da molti fattori. Ci sono fattori imperscrutabili relativi al successo o insuccesso di un programma. Il marketing e la promozione di un programma possono essere un fattore determinante o ininfluente, allo stesso tempo la capacità e la forza di offrirli, farli arrivare al pubblico agendo sull’emotività è oggi più che mai un’elemento determinante per una narrazione mainstream. Credo nell’intelligenza del pubblico ma anche al fatto che gli ascolti si distribuiscano a seconda dei limiti dell’offerta. Oggi l’offerta si è parzialmente decentralizzata e stiamo infatti assistendo ad una parcellizzazione dei consumi mediatici. Paesi che seguono e accompagnano questa migrazione dai media che fino detenevano il monopolio dell’attenzione. Il ruolo del servizio pubblico dovrebbe essere in sintonia con quello di una scuola che intrattiene, stimola, insegna, ascolta. I paesi dove questo avviene sono paesi fiorenti che aiutano il proprio pubblico a crescere.

Dal suo punto di vista, a questo punto del suo percorso, qual è il “problema” per i giovani, difficoltà di comunicazione e tra di loro e con un mondo che vedono lontano?

E’ a mio avviso un problema di educazione e di cultura. Gli stimoli che ricevono in questo paese sono fortemente limitativi rispetto alle loro potenzialità. Se parliamo di media tradizionali, ma più in generale a livello di società, i giovani non hanno un ruolo sociale e non credono sia possibile averlo perchè nessuno valorizza le loro energie e le loro capacità. Sono distanti perchè non credono nessuno sia interessato alla loro vicinanza e partecipazione. Di fatto la loro formazione teorica, non parlo di una scuola che oggi ricopre un ruolo assulutamente marginale, è ormai gestita in completa autonomia attraverso le reti sociali e l’intrattenimento on-demand. Questo è un grande limite, nonostante la facilità di accedere a vastissimi ambiti del sapere, la carenza di capacità critiche relega il sapere ad una dimensione superficiale, quando non futile. L’approfondimento e la fascinazione verso la conoscenza possono essere insegnati se alla base dell’insegnamento c’è un profondo interesse per l’altro, ritengo questa una questione etica. In Italia gli insegnanti e i produttori di contenuti sembra abbiano perso il rispetto per se stessi e per il pubblico che dovrebbero servire. La conseguenza è che ognuno vive la propria condizione con un senso di grande frustrazione, ci si chiude nel proprio ambito intrattenendo relazioni sociali a distanza e vivendo nella paura di mettersi in gioco, di innovare, di costruire.

I giovani sono soli? Se si, perché secondo lei?

La socialità giovanile si è cristallizzata in una coesione di intenti vacui, in una solitudine di intenzioni che genera apatia e incertezza. Se nelle epoche precedenti il senso della sfida e la determinazione a cogliere le opportunità, a determinare il cambiamento, erano sentimenti diffusi tra gli adolescenti, oggi il contesto economico e sociale determina una progressiva paura nell’avvenire. Il senso di solitudine è quindi paradossale in un momento di iper-connettività e socializzazzione a cui ci ha abituato la rete. Penso anche al ruolo dell’intrattenimento ludico, alle App e al mondo dei videogame, luoghi virtuali, abitati e vissuti in solitudine, nei quali ci si sfida immersi in una realtà irreale. Credo che questa tipologia di assuefazione così diffusa indebolisca lo spirito e ne inibisca le capacità a confrontarsi con le sfide vere della vita relegando alle battaglie virtuali dove è sicuramente più facile vincere. Il problema è che questa terra di mezzo che è il gioco non è abitata solo dagli adolescenti ma da un numeroso e crescente gruppo di individui che giovani non lo sono più. Come il gaming, la pornografia, il gioco d’azzardo e i social network rappresentano sintomi critici di un disagio generale altrettando se non più complesso rispetto all’abuso di sostanze, legali o illegali che siano.

Il suo ultimo progetto, Smile, è un progetto è un’analisi sociale cruda, come cruda è la realtà, vista attraverso gli occhi dei giovani e delle loro debolezze che spesso si sfogano in dipendenze. Negli ultimi anni non ci sono stati molti approfondimenti come il suo. Secondo lei perché? Fa paura ammettere le responsabilità del mondo adulto verso i propri figli?

Il tema è complesso, viviamo in un epoca di grandi paradossi e ipocrisia. Il tema delle dipendenze riguarda tutti, non solo i giovani. Gli adulti hanno un ruolo fondamentale, così come le istituzioni, la scuola potrebbe fare molto di più ma in generale nessuno sembra voler affrontare la questione partendo dal coinvolgimento diretto degli interessati. Direi che a livello politico manca l’interesse a capire in modo obiettivo questioni complesse come queste, ci si limita troppo spesso far stilare statistiche che per la natura del fenomeno non potranno mai essere precise. Sono convinto che sia necessario un confronto vero che possa farci comprendere e idealmente trovare delle soluzioni. Sono convinto che questo debba passare necessariamente attraverso il coinvolgimento, il dialogo, e il far sentire partecipi tutti gli interessati – genitori, insegnanti, ragazzi, istituzioni. E’ chiaro che le alternative vanno create, la repressione o la tolleranza non hanno mai portato a soluzioni veramente efficaci.

I suoi sono lavori che “spaventano”?

Questo dovreste chiederlo a chi li ha fruiti. Non è sicuramente mia intenzione spaventare. Far pensare, o meglio fornire degli spunti di riflessione, questo si. In realtà personalmente cerco in ogni lavoro di seguire un’approccio inclusivo. C’è un’attenzione per i protagonisti che in alcuni casi considero co-autori a tutti gli effetti. Questo garantisce una veridicità alle narrazioni che è forse anomala nell’ambito televisivo, ma per farlo la gestazione di un programma può avere tempi molto lunghi. Questo approccio ha una valenza particolare, permette di creare degli spazi espressivi e di collaborazione dove i soggetti di un racconto contribuiscono a determinare il racconto stesso. Ad oggi ho sempre ricevuto grandi apprezzamenti sopratutto dalle persone che si sono prestate a diventare protagonisti di un programma. L’uso che poi se ne è fatto in contesti pubblici mi ha anche confermato che questo percorso puo’ effetivamente stimolare una maggiore partecipazione emotiva anche del pubblico. Quando i temi sono difficili o particolarmente ‘a rischio’, anche rispetto ad una dimensione di pregiudizio, credo sia importante tener fede ad un’immagine di verità, per quanto questa possa essere costruita.

Quanto ci è voluto a concretizzare Smile?

E’ un idea di quattro anni fa e ha faticato a trovare il sostegno minimo che ci ha permesso di implementarne una parte. Inizialmente voleva essere una campagna di prevenzione sugli abusi di sostanze, un’iniziativa ambiziosa, avrebbe necessitato del coinvolgimento di canali istituzionali e sponsorship che non sono mai arrivate. Nonostante sia una questione che tutti considerano problematica non sembra esserci la volontà di affrontarla in modo diretto e senza preconcetti. Sono ancora molti i limiti che ci separano da iniziative concrete che possano quantomeno aprire un dibattito pubblico su questo tema.

Oggi Smile, domani?

Ci sono diversi progetti che sto portando avanti, ancora niente di concreto. Concreta e la difficoltà a sostenere operazioni di ricerca sui linguaggi.

Domanda Tempi Dispari: chi le piacerebbe o le sarebbe piaciuto intervistare e cosa gli chiederebbe?

Mi piacerebbe un confronto con l’amministratore delegato della Radiotelevisione Italiana per ragionare concettualmente sull’idea di servizio pubblico e su quello che potrebbe essere un canale per ragazzi.

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